Biblioteca Altosannitica #1: Agnone

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di Francesco Mendozzi

Panorama di Agnone (foto: V. De Santis)

Dopo quattro anni di ricerche, tra il 2016 e il 2017 ho pubblicato la “Guida alla Letteratura Capracottese”, una bibliografia ragionata e commentata (in due tomi) in cui ho raccolto frammenti letterari provenienti da circa 780 volumi (in prima edizione) che nei modi più disparati trattano di Capracotta e dei capracottesi. La Guida tenta di abbracciare innumerevoli discipline – dalla corografia all’archeologia, dalla storia patria alla narrativa, passando per la giurisprudenza, la teologia, la toponomastica e la scienza – nella speranza di segnalare al lettore quanti più riferimenti bibliografici legati alla cittadina altomolisana. La mia vanità sta oggi nel poter dire che ho fatto luce su buona parte della bibliografia che riguarda il mio paese, con una percentuale forse superiore al 75%.

Adesso è la volta di tentare quell’operazione da una cima più alta, da una prospettiva più ampia. Lancio oggi, dalle pagine virtuali di questo magazine, i germi di quella che definisco “Biblioteca Altosannitica”, una sistematica indagine e collezione dei più importanti romanzi, racconti e poesie sui 63 comuni dell’Altosannio. Se avrete voglia di seguirmi in questo esperimento di ricerca, cercherò di stuzzicare ogni vostro appetito letterario e sono certo che qualcuno, incuriosito, vorrà alfine approfondire i miei pochi primitivi risultati.

Il primo capitolo della Biblioteca Altosannitica è dedicato a «la culta Agnone» – come la definì il Perrella nel suo studio sul 1799 molisano. Cominciamo subito con l’“Orlando furioso”, il poema cavalleresco per eccellenza pubblicato dall’Ariosto nel 1516. La fama e la portata del poema furono talmente vaste che la sua eco si riverberò nell’opera di decine di autori successivi, volenterosi di cimentarsi in un’epopea simile. Uno di questi, Sigismondo Paolucci, detto il Filogenio, ideò un vero e proprio sequel dell’Orlando ariostesco pubblicando nel 1543 a Venezia la sua personalissima “Continuatione di Orlando furioso, con la morte di Ruggiero”. Scritto in lingua italiana mista a voci dialettali dell’Umbria e dell’Italia settentrionale, l’Orlando del Paolucci è diviso in 63 canti in ottava rima; alcuni critici letterari, tra cui Francesco Saverio Quadrio (1695-1756), han parlato di «uno stile incolto e rozzo». Nello specifico, nel canto LVII, il Filogenio scrisse:

Manfredonia, Nucera, Troia, Ariano, / e Fundi, e Sessa, e Sora, e ’l vecchio Agno, / Sermoneta, Nottuni, e san Germano, / Cipran, Salerno, Agnone, & a Bovino / alza poi un volo, e tornasi a Thiano, / Boian, Caiazzo, Venafri vicino, / Procida, Ischia, Puzzuol, Castell’a mare / e l’Isole Inarin, si vaghe in mare.

L’Agnone del Paolucci, ahimé, potrebbe essere tanto la località cilentana nei pressi di Salerno quanto quella altosannitica e purtroppo propendo per la prima ipotesi, vista la contiguità con altre località del versante tirrenico di Lazio e Campania; quel «Venafri vicino» lascia comunque intatti altri sentieri interpretativi. Credo quindi che l’opera del Filogenio, seppur così evocativa, vada per ora estromessa dalla Biblioteca Altosannitica. Un caso analogo – che qui non approfondirò – è quello di Giovanni Verga (1840-1922) il quale, nell’incipit della novella “Malaria” (1883), scrisse «come della terra grassa che fumi, là, dappertutto, torno torno alle montagne che la chiudono, da Agnone al Mongibello incappucciato di neve», riferendosi chiaramente alla splendida Agnone Bagni, località siracusana. Un caso ancor più famoso è quello del “De viris illustribus” (40 a.C. circa) di Cornelio Nepote, nel quale compare sì Agnone ma stavolta in veste di personaggio storico, ovvero esponente di spicco del partito pericleo, figlio di Nicia e padre di Teramene.

Passiamo ora ad un’altra ipotesi, maliziosa e insolente a un tempo. Dopo aver letto “La pietra lunare” di Tommaso Landolfi (1908-1979), mi è parso naturale porre l’accento sull’ambientazione di questo piccolo splendore dell’ermetismo fiorentino. “La pietra lunare” (1939) racconta infatti la vicenda di Giovancarlo che, tornato al suo paese per trascorrere le vacanze, si invaghisce di Gurù, una misteriosa ragazza che nelle notti di plenilunio si trasforma in un essere caprino, e che accompagna Giovancarlo in cima ad un monte, introducendolo in un mondo pericoloso e fatato, abitato da esseri strampalati. Nel romanzo v’è dunque una sottilissima dicotomia tra borghesi e libertini, tra il peccato cristiano e il caos panico, tra tabù ed erotismo.

Ma durante l’ascesa dei due protagonisti abbiamo modo di leggere alcuni luoghi – frutto della fantasia di Landolfi – che richiamano in maniera prepotente l’Alto Molise: vi sono infatti le Cannavine dei Preti, il Vallone del Cerro Bianco, la Cesa degli Agnonesi, il Morrone delle Vaglia, la Serra Capriola, l’eremo di Sant’Onofrio; v’è poi, nell’ottavo capitolo, una descrizione del tugurio, posto in cima alla montagna, che ricorda insistentemente i rifugi/pagliari/tholos dei nostri brulli monti:

È tutto qui? – si disse Giovancarlo vedendo che entravano in una delle capanne in rovina. La capanna era simile a tutte le altre che, lassù, servono non d’abitazione ma di rifugio ai pastori; ossia quasi circolare, col tettuccio di stipa rastremato, e tanto bassa allo stacco di questo tetto, che s’entrava piegandosi in due e solo verso il centro ci si poteva tener ritti. Nel poco spazio di dentro, fra le pareti a secco dai cui pertugi s’insinuava il vento, nessuna suppellettile. Mentre nell’oscurità il giovane cercava alla meno peggio di sistemarsi, urtato e stretto dagli altri, qualcuno armeggiava da un lato, smovendo sassi sembrava.

Ciociaro di nascita ma con diverse pubblicazioni sulla rivista abruzzese “Vigilie Letterarie”, non sono riuscito a scoprire se il Landolfi abbia mai visitato i nostri luoghi né se abbia subìto una qualche influenza in questo senso, il che mi costringe ad effettuare ulteriori indagini su “La pietra lunare”.

Arriviamo ora a una vera e propria menzione letteraria sull’Atene del Sannio, probabilmente ignota alla maggior parte dei suoi cittadini. Mi riferisco a Dino Segre (1893-1975), meglio conosciuto come Pitigrilli, e al suo romanzo “Mosè e il cavalier Levi”, pubblicato nel 1948 per i tipi di Sonzogno. In quell’opera Pitigrilli riprese la vena dissacrante degli anni ’20, con una lettura manichea dell’Olocausto, visto attraverso gli occhi di due famiglie ebraiche, una di saldi principi etici, l’altra caratterizzata da uno sfacciato intuito commerciale. A pagina 264 del romanzo, dopo l’infame promulgazione delle leggi razziali e lo scoppio della guerra, la famiglia Levi (quella di sani principi) cade nello sconforto, tanto che «nel 1942, a seguito dei martellanti bombardamenti alleati, Miryam sfolla con la madre e i bambini ad Agnone, in Molise, mentre Franco e Giuliano si recano a Roma». Il romanzo di Pitigrilli – mai ripubblicato – non riscosse molto successo anche per la polemica che lo coinvolse, in quanto accusato (non senza fondamento) di aver fatto parte della polizia segreta fascista OVRA.

È l’ora del conterraneo Francesco Jovine (1902-1950) – probabilmente il più grande scrittore molisano del Novecento – che, dopo il tragitto che lo portava ad Agnone, ebbe modo di fotografare, in bilico tra prosa e antropologia, i vari opifici presenti lungo le sponde del Verrino e le botteghe del borgo agnonese. L’articolo in questione, “Le campane di Agnone”, era contenuto in una raccolta postuma di scritti inediti intitolata, per l’appunto, “Viaggio nel Molise” (1967). Vi propongo un paio di frammenti in cui Jovine scrive:

Di qui si vede tutta la vallata del Verrino, ampia, austera, solitaria, a boschi, a macchie, a burroni, a botri. Terra varia, tormentata da rocce, da valloni, da frane, ma tutta coltivata con una sapienza antica; quella stessa che conoscevano i Sanniti che qui ebbero il centro più cospicuo della loro civiltà. Incontriamo capanne di carbonai, fornaci che fumano blandamente nel sole e donne curve con i sarchi sul grano verde, intente a zappettare con ritmica e pacata bravura. […] Quest’ampia strada così piena di luce e della aria del vastissimo orizzonte è senza case volgari. Città antica, solitaria, con difficili vie, Agnone ha trovato una sua particolare armonia, una sua autonoma dignità di piccola repubblica che provvede completamente a se stessa per i suoi bisogni materiali e quelli spirituali ed estetici.

Segnalo poi la citazione dallo scrittore Antonio Pascale (1966), promessa mantenuta della letteratura contemporanea. “Non è per cattiveria” è il diario di bordo d’un viaggiatore indolente, un itinerario senza scopo turistico, una guida priva di consigli: in effetti questo libro è l’intimo viaggio d’un romanziere per le città, i paesi, i monti, i pascoli, i lidi e i campanili molisani. Partendo dal Matese, Pascale ha visto anche Agnone – e tantissimi altri comuni – mettendone in risalto la tradizione artigiana e le bellezze architettoniche e scrivendo che:

Agnone, con le fonderie per la fabbricazione delle campane, uniche fonderie a possedere il brevetto. E poi sparsi qua e là ritrovamenti archeologici, alcuni dei quali rivoluzionerebbero gli studi sul Medioevo, eccetera, eccetera. […] Migliaia di persone all’anno che percorrono quei vicoli sempre così (felicemente) fuori squadro, che guardano le ringhiere di Campobasso, o i  portici di pietra di Agnone, o si siedono con i panini in mano e la birra sui gradoni dell’anfiteatro di Pietrabbondante.

Giungiamo infine a uno scrittore di cui si parla molto bene, Paolo Piccirillo (1987), finalista del Premio Strega nel 2014. Quasi tutte le maggiori testate italiane hanno speso parole di elogio ed esaltazione per il suo secondo romanzo, “La terra del Sacerdote” (2013). Piccirillo ha partorito un’opera di finzione ambientata nella campagna di Monteroduni, in cui la schiava Flori, costretta a pagare il riscatto del suo viaggio in Italia attraverso il cosiddetto “utero in affitto”, viene ospitata in malo modo presso la squallida masseria di Agapito, un ex prete tornato dalla Germania, custode di un inconfessabile segreto. A pagina 104 del romanzo si legge che:

Oggi il Sacerdote ha i fiori nella testa. Dato che la terra sta andando bene, ha deciso che pianterà una rosa in un punto particolare della sua campagna. Poco dopo Flori è pronta. Indossa un paio di jeans a zampa d’elefante e con gli interni felpati, un paio di scarpe coi tacchi e un grosso maglione azzurro con una N enorme bianca, simbolo del Napoli calcio. Persino Agapito è basito da come si è conciata. Armando dice che tanto hanno un cappotto nuovo, bello, che coprirà almeno il maglione con la N. Flori cerca di spiegare nel suo italiano che quello è il miglior compromesso tra calore ed estetica. Prima che i due vadano via, Agapito chiama Flori:
– Fiori.
– Che?
– Guarda che l’ospedale sta ad Agnone, e là il mondo è tale e quale a qua.
Armando annuisce. È pienamente d’accordo con queste parole, e aggiunge, tipo guida turistica: – Bisogna andare su – dice a Flori, – Roma, Milano. Là diverso.
Se adesso passiamo alla letteratura internazionali, al netto dei racconti di guerra – tantissimi quelli che riguardano i comuni dell’Almosava – posso offrire al lettore un romanzo della giovane scrittrice nordirlandese Maggie O’Farrell (1972), “The Distance between Us”, pubblicato nel 2004 e tradotto da Stefania De Franco col titolo “La distanza fra noi” (2015). A differenza di altri della O’Farrell, non mi sono ancora procurato l’edizione italiana di questo romanzo in cui, ambientato nella Londra d’inverno, riaffiorano persino i ricordi dell’autrice legati alla terribile infezione virale che la colpì all’età di otto anni. Durante la narrazione la cittadina d’Agnone (e il paese di Vastogirardi) compare un paio di volte, tanto che a pagina 196 dell’edizione inglese, con riferimento alla protagonista Stella, leggiamo che:
In a town whose name she knew her grandfather’s stories about how he came to Scotland, she got on a bus that the man in the ticket kiosk told her would take her to her grandparents’ region. It wasn’t easy to get to their village. She changed buses in Agnone, then had to hitch a ride with a family who said they could take her close to where she wanted to go. Stella sat in the back, wedged between their children, her bag on her lap. Their car climbed higher and higher, the air thinning, crags of mountains looming above the road.

Al netto degli scrittori agnonesi ed oriundi tali – da Marino Jonata a Chiara Gamberale, passando per Baldassarre Labanca, Luigi Gamberale o Nicola Mastronardi – spero che questo primo articolo sulla Biblioteca Altosannitica (zoppicante e non esaustivo) abbia perlomeno chiarito qual è il mio ambito di ricerca. L’obiettivo, oltre a quello di stuzzicare la vostra curiosità letteraria, sta nel valorizzare e rendere manifesta la cultura altosannitica non attraverso una stantia promozione turistica ma tramite un profondo rinnovamento civile e culturale. Ora, prima di congedarmi, vi saluto con la traduzione della poesia “Campane d’Agnone” dell’indimenticato Giose Rimanelli (1925-2018), composta il 29 giugno 1984 proprio nella cittadina altomolisana e contenuta nella sua “Moliseide” del 1992:

C’è un paesello / sopra i monti / che canta / come gli uccelli / per la gaiezza: / ti manda per i mondi / una canzone / che è piena / di passione, / di gentilezza. / Sono le campane / che fabbrica Agnone, / di terra / di cielo, / arcane campane! / Questo paesello bello / del Molise, / (ginestra / che t’incanta / di ricordi,) / col ferro e con il fuoco / crea il sonno / e un suono / che addolcisce / tutta la vita.

Bibliografia di riferimento:

  • A. Di Costanzo, Istoria del Regno di Napoli, Giovanni Gravier, Napoli 1769;
  • F. Ettari, “El giardeno” di Marino Jonata agnonese: poema del secolo XV, Antonio Morano, Napoli 1885;
  • M. Farioli, Mundus alter. Utopie e distopie nella commedia greca antica, Vita & Pensiero, Milano 2001;
  • G. Ferrario, Storia ed analisi degli antichi romanzi di cavalleria e dei poemi romanzeschi d’Italia, Vincenzo Battelli, Firenze 1830;
  • F. Jovine, Viaggio nel Molise, Casa Molisana del Libro, Campobasso 1967;
  • T. Landolfi, La pietra lunare, Adelphi, Milano 1995;
  • F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, voll. I e II, Youcanprint, Tricase 2016-2017;
  • M. O’Farrell, The Distance between Us, Review, London 2004;
  • M. O’Farrell, La distanza fra noi, trad. di S. De Franco, Guanda, Modena 2015;
  • C. Nepote, Vite dei massimi condottieri, trad. di C. Vitali, Rizzoli, Milano 1961;
  • S. Paolucci, Continuatione di Orlando furioso, con la morte di Ruggiero, Venezia 1543;
  • A. Pascale, Non è per cattiveria. Confessioni di un viaggiatore pigro, Laterza, Bari 2006;
  • A. Perrella, L’anno 1799 nella provincia di Campobasso. Memorie e narrazioni documentate con notizie riguardanti l’intiero ex Regno di Napoli, Vincenzo Majone, Caserta 1900;
  • P. Piccirillo, La terra del Sacerdote, Neri Pozza, Vicenza 2013;
  • V. Pinto, La terra ritrovata. Ebreo e nazione nel romanzo italiano del Novecento, Giuntina, Firenze 2012;
  • Pitigrilli, Mosè e il cavalier Levi, Sonzogno, Milano 1948;
  • C. Orlandi, Delle città d’Italia e sue isole adjacenti. Compendiose notizie sacre, e profane, vol. I, Perugia 1770;
  • G. Rimanelli, Moliseide. Songs and Ballads in the Molisan Dialect, trad. di L. Bonaffini, Peter Lang, Bern 1992;
  • L. Tufari, Olimpia, in continuazione al romanzo storico Ercole Branducci, vol. III, Napoli 1856;
  • G. Verga, Novelle rusticane, Francesco Casanova, Torino 1883.

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