All’ombra dei Campanili

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Racconto di Esther Delli Quadri

Ette, aspetta! Non vale ! Mamma ha detto “daje (dagli) la manuccia! ”Tu invece “cappi” avanti e mi lasci 
La vocina lamentosa di suo fratello la fece rallentare.
Uffa, che lagna che sei !– disse e si girò per continuare a rimproverarlo.

Ma lo vide lì fermo con la neve che gli arrivava ai polpacci con il bordo del cappottino nuovo anch’esso bagnato perché per evitare di scivolare sul ghiaccio si era messo a camminare sul bordo della strada dove la neve era soffice ma anche abbondante e risentì la voce della mamma

daje la manuccia, avesse asciuruò (scivolare)!-

Allora tornò indietro e lo aiutò a tirare fuori i piedi dalla neve. Che guaio! La neve gli era entrata negli scarponcini e sicuramente aveva i calzettoni tutti bagnati. Anche i pantaloni erano bagnati fino ai polpacci.

E adesso – pensò – se si ammala daranno la colpa a me

 Quel fratellino  si ammalava cosi spesso di tonsille!

Ma ricacciò in gola qualsiasi ulteriore rimprovero perché vide che gli occhi del fratello si erano già riempiti di lagrimoni.

– Dai, lagna, non piangere ti aiuto io! Metti un piede qui e l’altro qui. Non aver paura di scivolare, ti tengo io. Te l’ho detto, è meglio stare in equilibrio sul ghiaccio che camminare sui bordi perché ti bagni i piedi – gli disse

Ma io non so stare in “quilibrio” , scivolo e mi faccio male pecchè tu n’ me la dje la manuccia!

Era proprio una lagna quel fratellino, sempre a piagnucolare e la mamma che sempre si raccomandava perché lei ne avesse cura! Non era mica facile! Lei proprio non era una bambina paziente e spesso se la prendeva con lui perché pensava che c’erano un sacco di cose che non poteva fare a causa sua.

Per esempio quel giorno  era la mattina di Natale. Si erano alzati tardi perché quella notte mamma e papà li avevano portati alla messa di mezzanotte e loro cascavano dal sonno quando erano tornati a casa . Così quella mattina dopo aver fatto colazione con “pizzelle” e  latte, la mamma li aveva lavati e vestiti con i loro cappottini nuovi, grigio doppiopetto quello di Giovanni, beige con un colletto di pelliccia marrone quello di Ette che in più aveva  un cappellino verde oliva con la falda ritorta tutt’intorno e con due bande di lana che si annodavano  sotto il mento. Si sentiva molto elegante con quel cappellino in testa!

Erano usciti con papà ed avevano fatto il solito giro di sempre per dare gli auguri di Buon Natale: prima la comare Elvira, poi la zia Letizia e per ultimo il nonno Nicola e gli zii. Il nonno le aveva fatto i complimenti per la “toeletta” ma riguardo al cappellino lo aveva definito “’na spasotta verde” e questo le aveva procurato un piccolo dispiacere. Ma aveva fatto finta di niente. Non ci teneva a far conoscere agli altri le sue ansie, le sue emozioni, le sue incertezze e quanto fosse vulnerabile dietro quell’’apparenza di bambina autonoma , sicura di sé e a tratti capricciosa.

Siccome si era fatto tardi  papà era tornato a casa per aiutare la mamma ad intrattenere i parenti che arrivavano a dare gli auguri e li aveva lasciati andare da soli a fare gli auguri all’ultima famiglia rimasta.

La porta di San Nicola , dove questa abitava, non era lontana.

I bambini erano piuttosto contenti di andare da soli perché con quella famiglia si sentivano a loro agio, non dovevano fare attenzione a tutto quello che toccavano e a tutto quello che dicevano, percepivano che con loro potevano essere spontanei ed inoltre era il posto  dove gli auguri di Natale diventavano dolci nel vero senso della parola.

Appena si annunciavano per le scale chiamando – Mercede , Mercede- subito la porta si apriva e lei compariva . Entravano in cucina e si sedevano vicino al fuoco mentre Mercede chiamava  – Lucietta, ce stiene re citre, v’è ‘bballe!-  Ed ecco che compariva Lucietta, sua figlia, che faceva ai due bambini sempre un sacco di complimenti. E fin qui niente di strano era una scena che si ripeteva qualche volta durante l’anno.

Ma il giorno di Natale, “Ette” e Giovanni lo sapevano, c’era qualcun altro .

Luigi , il marito di Mercede che lavorava all’estero tutto l’anno a Natale era a casa. Ed era proprio lui che rendeva quegli auguri particolarmente dolci perché regalava ai due bambini tavolette di squisito cioccolato svizzero il cui sapore non eguagliava nessun altro cioccolato.

Quella mattina , dopo quegli auguri, Esther aveva proposto a Giovanni di andare a giocare a palle di neve dietro la porta di San Nicola facendogli promettere che non lo avrebbe detto alla mamma e al papà per evitare i rimproveri.

Fuori dalla porta di San Nicola la neve era soffice e abbondante non come in paese dove si sporcava presto per via delle macchine e delle persone.

Si erano lanciati parecchie palle di neve a mani nude ,per precauzione si erano tolti i guanti altrimenti la mamma avrebbe capito subito vedendo i guanti  bagnati.

Ma ad un tratto “Ette” si era accorta che da un pezzo non si sentivano più campane suonare da nessuna chiesa e questo poteva voler dire soltanto che dovevano affrettarsi perché forse era più tardi di quello che lei pensava e rischiavano di arrivare in ritardo a casa.

–Speriamo soltanto che Maria Luisa e Silvana che arrivano sempre tardi  a dare gli auguri siano a casa quando arriviamo noi così mamma e papà non penseranno più che è troppo tardi. – Maria Luisa e Silvana erano le cugine  “ ritardatarie “ per gli auguri.

E per questo adesso si affrettava ed aveva voglia di rimproverare Giovanni che procedeva lentamente.

-Se mi ammalo- piagnucolava intanto Giovanni – papà si arrabbia e io glielo dico che tu mi hai portato dietro la porta con la neve alta e che non mi hai dato la manuccia e che è colpa tua se mi sono ammalato.-

Lei avrebbe voluto strozzarlo! Meglio di no , quella lagna era capace di dire davvero che era stata colpa sua col rischio che la Befana ,informata di tutto ,non le portasse quello che desiderava.E allora bisognava aver pazienza!. Una grande pazienza!

-Non ti ammali –gli diceva – Appena arriviamo a casa a mamma gli dici che vicino casa di Mercede c’era un mucchio alto di neve ,che tu ci sei scivolato dentro e perciò ti sei bagnato. Lei ti mette un paio di calze asciutte, ti cambia i pantaloni e sei a posto. Anzi dopo pranzo ti fai fare pure il latte col punch .-

-E se mi ammalo lo stesso?-

Eccolo di nuovo!. Sanguisuga!

-Se tu non glielo dici oggi pomeriggio gioco con te a soldatini ! –ci aggiunse lei come sovraprezzo.

-E mi fai tenere i cow boys e tu ti prendi gli indiani?- disse pronto lui.

Questo è troppo pensò lei. Ma non aveva altra scelta.

-Ti faccio tenere i cow boys e mi prendo gli indiani, basta che non glielo dici – sbuffò lei – ma facciamo solo una guerra –aggiunse-  il primo che vince poi si cambia gioco.-

-E va bene- acconsentì Giovanni a cui non sembrava vero che sua sorella avrebbe giocato a soldatini con lui e per di più gli avrebbe fatto tenere i cow boys.

Quei soldatini erano il suo gioco preferito ma per giocare alla guerra tra indiani e cow boys occorreva un altro .E Ette non voleva  mai giocare con i soldatini e quando certe volte ci giocava perché mamma le diceva di farlo voleva tenere sempre i cow boys e vincere tutte le guerre.

Il pranzo iniziava con l’apertura e la lettura delle letterine di Natale che erano state messe sotto il piatto del papà che ogni anno faceva finta di essere molto sorpreso di trovarle.

Quello delle letterine di Natale era una specie di rito sacro che si ripeteva ogni anno e che nel ricordo si associa agli odori del periodo natalizio: l’odore  di  zucchero bruciato per preparare il punch , l’odore di bucce di mandarino che bruciavano sulla stufa economica, il suono delle zampogne per la pastorale suonata a sera a casa di nonno Nicola da due zampognari che arrivavano in paese in quel periodo e che iniziava sempre con la recita di qualche preghiera in una lingua incomprensibile, forse un tentativo di latino, e terminava con la mescita di vino bianco in due bicchieri che il nonno porgeva agli zampognari accompagnandoli con le parole !” viv cumpà”.

Il rito cominciava qualche giorno prima di Natale con l’acquisto delle letterine  dallo“stampatore”.

Lo “stampatore” era appunto una stamperia di proprietà di due signori padre e figlio, di cui mai “Ette” ha ricordato i nomi .

Quello dell’acquisto delle letterine per lei era un momento magico per due motivi.

Prima di tutto per la scelta delle letterine. Ce n’erano con diversi soggetti Natalizi e di due tipi. In un tipo c’erano sulla prima pagina delle semplici immagini  colorate, in un altro tipo oltre al colore c’erano anche dei “luccichini”. Lei prendeva sempre quelle coi “luccichini”che erano più d’effetto anche se costavano un po’ di più.

Il secondo motivo era il fascino che su di lei esercitava quel negozio. Per lei era una specie di forziere colmo di tesori.

In vetrina si vedevano esposti dei libri di fiabe e di racconti, pochi per la verità perché il negozio era soprattutto una stamperia , ma abbastanza da farla rimanere davanti alla vetrina a lungo sognando di comprarli tutti.  C’erano dei libricini in un cartone sottile con molte immagini colorate che essendo piuttosto economici erano quelli che lei ogni tanto riusciva a comprarsi da sola con i soldi che riceveva di tanto in tanto.

C’erano poi altri libri veri e propri come “Pattini d’argento” , un libro che conosceva perchè il maestro a scuola ne leggeva ogni giorno un po’,”Piccole donne”, “Incompreso” “ Kim” che avevano prezzi troppo alti perché lei potesse acquistarli da sola , ma di cui dopo averli osservati a lungo in vetrina entrava spesso a chiedere il prezzo allo “stampatore”.

Già entrare in quel negozio le metteva “l’acquolina in bocca”! Il grande macchinario nero con i caratteri per la stampa predisposti in lunghe guide di legno  ingombrava lo spazio adiacente alla porta ed un forte odore di inchiostro gli aleggiava tutt’intorno e poi a destra il “negozio” vero e proprio con gli scaffali pieni di libri ,e quaderni, e matite colorate, e quell’’odore inconfondibile che emanavano ,che era l’odore del primo giorno di scuola , che ancora adesso è l’odore dell’infanzia!

Avrebbe voluto rimanere a lungo dentro quel negozio ma l’aria un po’ arcigna dei due “stampatori” la dissuadeva dal farlo.  E mentre acquistava  un libricino faceva timidamente la domanda che le premeva “ Quanto costa “Pattini d’argento?” . La risposta un  po’ brusca  dello “stampatore” figlio, evidentemente uomo poco abituato ai bambini , rendeva “Ette” ancora più timida di quanto non fosse in genere di fronte agli estranei e le faceva sembrare il prezzo del libro esorbitante!

E poi sulla strada del ritorno verso casa, cento metri per la verità, ma per lei bambina quella era la “frontiera” prima dell’ignoto “capabball! (verso la valle, la parte bassa del paese, in contrapposizione a capammonte, verso il monte, la parte alta del paese), ignoto nel quale si poteva andare soltanto dando la mano a mamma e papà, pregustare il piacere del la lettura del libricino appena acquistato e intanto fare progetti sugli altri libri . “ Incompreso” me lo faccio portare dalla befana , “Piccole donne”  lo posso comprare con la strenna di Capodanno  e “Pattini d’argento”…….

Dopo il pranzo di Natale ,uguale ogni anno con pochissime variazioni, mentre la mamma metteva in ordine la cucina, i bambini si trasferivano nel soggiorno, si sedevano uno dietro l’altra agli estremi dell’asse di legno che univa la parte inferiore del lungo tavolo ed immaginavano di viaggiare su una corriera alternandosi al volante.

Oppure si aggiravano intorno all’albero di Natale tutto decorato e continuavano a toccare gli addobbi pungendosi un po’ con la neve finta. Quegli addobbi erano una tentazione! Avrebbero voluto tirarli giù dall’albero per giocarci, ma non osavano perché sapevano che sarebbero stati rimproverati.

Anche la preparazione dell’albero di Natale era un rito.

Cominciava qualche giorno prima di Natale con l’arrivo di un collega di lavoro del papà, Gino,che lo avrebbe aiutato nell’impresa .”Ette” e Giovanni rimanevano intorno agli adulti che lavoravano all’’albero.

Prima lo si metteva su un grosso scatolone perché fosse più alto e lo si fissava in modo che non cadesse, poi si rivestiva lo scatolone e la parte inferiore dell’albero con una carta natalizia, quindi si passava a provare le luci,in caso di necessità si sostituiva qualche lucina fulminata e quindi si mettevano le luci sull’albero.

 In genere a questo punto arrivava la mamma con punch e “pizzelle” per l’ospite e il lavoro veniva sospeso per un po’ con grande disappunto dei bambini che non vedevano l’ora che si aprisse lo scatolone che conteneva fili dorati e argentati, palline colorate ma soprattutto conteneva i pupazzi che si appendevano all’albero.

L’immagine di quei pupazzi è ancora adesso talmente nitida che chiudendo gli occhi si può perfino immaginare che siano lì: la befana con i capelli bianchi legati in una crocchia e coperti da un fazzoletto rosso, il suo vestito di una carta particolare che dava l’impressione delle pieghe di un abito, pure rosso; la” fata turchina” con in testa un cappello a punta di colore turchino come il vestito ed in mano una bacchetta magica; uno strano pupazzo fatto con una piccola pigna come busto e sopra la testa e che  forse rappresentava un folletto dei boschi ; lo spazzacamino tutto nero .

Perfino il ricordo del puntale è ancora nitidissimo :rosso con un incasso centrale color argento!

Davanti a quell’abero di Natale illuminato nel buio del soggiorno una volta lo zio Gino li aveva trovati inginocchiati mentre recitavano delle preghiere!

Quello di Natale era un giorno particolare e quindi i bambini non tiravano fuori dal sottoscala il grande fustino vuoto di Dixan e che serviva a contenere i loro giocattoli come facevano ogni giorno.

Il giorno di Natale si facevano giochi “da tavolo”, più tranquilli.

Qualche volta giocavano “alle maestre” , e “democraticamente”  la maestra era “Ette” e lo scolaro sempre Giovanni ,costretto a scrivere  dettati chilometrici, oppure  guardavano la TV dei ragazzi facendo merenda con le “pizzelle”.

Qualche volta invece la mamma raccontava loro i Natali della sua infanzia quando lei e sua sorella ricevevano in regalo delle bambole di fichi secchi che il nonno portava dai suoi viaggi in Puglia.

 Raccontava dei suoi nonni ,Tatone e Mamma Letizia, e delle marachelle che lei , i suoi fratelli e cugini avevano combinato da bambini. Erano racconti bellissimi, con un fascino tutto particolare,e “Ette” avrebbe voluto che la mamma non smettesse mai di raccontare.

Poi alla sera ,dopocena, si giocava a tombola con mamma e papà e i bambini non perdevano mai perché tutte le vincite dei genitori venivano sempre equamente divise a fine partita.

E’ ancora vivo nella mente il ricordo di Giovanni che concentrato e attento, la punta della lingua che sporgeva tra le labbra , con in mano un fagiolo cercava a fatica di individuare sulla sua cartella  i numeri usciti . Dopo la tombola e dopo molte insistenze  per rimanere alzati, i bambini venivano messi a letto.

Mamma metteva il pigiamino a Giovanni, papà a “Ette”.

I pigiamini erano caldi perché erano stati avvolti attorno alle “bottiglie “ di rame piene di acqua bollente che erano servite per riscaldare i letti  e che erano a loro volta infilate  dentro due sacchi di pesante stoffa per non scottarsi perché servivano durante la notte per riscaldare i piedi.

 Dopo mamma “azzeppava ru liette” (rimboccava le coperte bloccandole sotto il materasso) ,  augurava la buona notte ,spegneva la luce e andava.

Ma se per caso uno dei bambini aveva la tosse prima di andare via andava in cucina e tornava con un bicchiere di acqua zuccherata oppure con qualche “giuggiola” che poggiava sul comodino accanto al letto .

Nella stanza a mansarda, con i due lettini vicini, quello di Giovanni una poltrona letto con i braccioli di legno chiaro, i bambini continuavano a parlare fino a che il sonno non aveva la meglio.

Parlavano della Befana che sarebbe arrivata di lì a qualche giorno e dei regali che avrebbe portato, di come fosse possibile che  viaggiando  su una scopa riuscisse  ad arrivare nelle case di tutti i bambini ed a scendere dal camino.

E se Giovanni smetteva ad un tratto di parlare, segno che si era addormentato, “Ette”continuava a sognare ad occhi aperti  ancora un po’ prima di addormentarsi.

 Fantasticava   di diventare regina (!!!) , che i suoi pupazzi ritagliati da riviste e che lei incollava su cartone con un supporto pure di cartone per farli stare in piedi , si animavano all’improvviso.

Faceva progetti per cucire vestitini nuovi al  bambolotto che la Befana le aveva portato l’anno prima insieme ad una carrozzina gialla.

Immaginava di vivere le avventure dei personaggi dei suoi libri.

“Ette” pensava che era bello stare al calduccio nel proprio letto e sentire fuori l’’ululare dello “spulverizz” (tormenta di neve) .

Qualche volta si ricordava di un fatto  che la mamma le aveva raccontato e che era successo veramente quando la mamma era ancora una bambina, di un lupo che in un inverno particolarmente rigido era arrivato fino in paese. Ma lei nel suo lettino si sentiva al sicuro e protetta .

Ad intervalli regolari giungevano i rintocchi ovattati dell ‘orologio di San Francesco che suonava le ore e le frazioni di ora. .Le palpebre  cominciavano a chiudersi ed i pensieri , le idee e i progetti si confondevano e diventavano a poco a poco sogni di bimba.

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