Agnone, il paese dov’era sempre mezzogiorno. Prefazione e introduzione

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Prefazione e Introduzione al libro di Domenico Di Nucci

Prefazione

Questo testo è l’ideale completamento del mio I Fiori del Paradiso pubblicato nel 2005, editore Franco Di Nucci.

Nel 1952 mio padre si trasferì da Capracotta in Agnone e l’essere catapultato in una nuova realtà sociale e culturale rappresentò, per me, che allora avevo 10 anni, un brusco salto nel buio.

Certamente sarebbe stato più agevole crescere con i miei amici capracottesi ma “ubi maior minor cessat” e mi ritrovai in un nuovo ambiente ad affrontare e superare tutta una serie di difficoltà che, è inutile negarlo, hanno a lungo condizionato il mio vivere.

Quando la nostalgia mi prendeva, per ricaricare le energie, bastava che mi recassi al Belvedere della Ripa da dove scorgevo posti a me familiari come Monte Capraro, Monte Campo, alcune case di Capracotta e l’alta valle del Verrino.

Arrivando ad Agnone fui subito contagiato dalla voglia di capire dove fossi capitato, di scoprire un territorio sconosciuto, di integrarmi negli usi e costumi della nuova realtà: i bagni nelle acque del Vallone del Cerro e del Verrino, i nuovi giochi, le “cacciòttǝ” di frutta, il fuoco di San Michele “lǝ ndòccǝ”, la storia millenaria.

Si può ben dire che già da quei primi momenti cominciò il lavoro di ricerca che costituisce il corpo di questo testo suddiviso nelle seguenti tre sezioni: PILLOLE DI STORIA, PILLOLE DI FOLCLORE E PERSONAGGI; le foto provengono dal mio archivio e da archivi privati; le parole o le frasi contenute tra due parentesi sono mie note.

Domenico Di Nucci

Introduzione

Il libro di Domenico Di Nucci, Agnone – Il paese dov’era sempre mezzogiorno, è un originale lavoro articolato sulle vicende del passato, sui profili di alcuni personaggi agnonesi e su un vissuto non lontano dai nostri tempi. Tali aspetti suscitano nel lettore ora interesse, ora commozione, ora garbata ilarità.

Il volume è quasi un particolare arazzo, intrecciato dai variopinti fili della storia, del folclore, dell’aneddotica e dei ricordi.

Le scene dominate dal rosso sono quelle della storia patria della quale l’Autore è un appassionato cultore e scrittore: egli sa ricostruire con maestria le locali vicende del passato, esponendole con chiarezza e discorsività.

Quando dalla trama del libro fa capolino il rosa – colore, fino a qualche tempo fa, com’è noto, indicante il genere maschile (1)– emerge la capacità del Di Nucci di aprirsi al prossimo, donando il proprio impegno di studioso e intellettuale per il bene dell’amata sua terra.

Spicca ora sull’arazzo l’arancione, tinta che sottolinea l’equilibrio interiore del narratore e la capacità “artistica” con cui con maestria sa organare ogni suo scritto.

Ecco che fra trama ed ordito spunta il blu, il colore dell’aspirazione alla pace e alla fratellanza della quale è ricco lo spirito dell’Autore. Egli fa dei propri ideali l’arma per conseguire un’armoniosa immagine del futuro, nell’attesa di poter indicare alle prossime generazioni un iterper il rilancio economico e sociale del paese anche per mezzo delle remote tradizioni, recuperate in maniera ironica e scherzosa grazie ai modus dicendiresi nel vernacolo agnonese.

L’opera del Di Nucci ora si tinge di giallo, simbolo della luce e del sole, colore adatto a chi, come il Nostro, desidera per il proprio borgo – sofferente per l’endemica emigrazione e per la carenza di lavoro – un deciso cambiamento volto al progresso e allo sviluppo nell’esaltazione del patrimonio architettonico, culturale e religioso, cose, queste, quasi “vestite” di verde, colore simboleggiante speranza, fertilità e abbondanza.

Il vivere quotidiano, nelle terre del Molise altissimo, è, ahimè, specialmente negli  ultimi  decenni, dipinto  di  viola, ovvero  la  nuance del  dolore, del tormento e della tristezza per le precarie condizioni in cui è costretta a vivere una popolazione da sempre fiera, intelligente e laboriosa.

Oggi Agnone e il suohinterland sembrano coperti di grigio, il colore non colore, sintomo di sfiducia e depressione. Se però, come scriveva Cicerone, la storia è «testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis»,ovvero «testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell’antichità(2)», è dalla storia che bisogna attingere quelle conoscenze volte a costruire il futuro tanto di Agnone quanto delle diverse aree interne, specialmente del Mezzogiorno.

Allora, per dirla con Marc Bloch, la vita diventa maestra di storia perché essa «ha incessantemente bisogno di unire lo studio dei morti a quello dei viventi [per] comprendere il presente mediante il passato e comprendere il passato mediante il presente(3)».

 Su queste basi è possibile l’avvento di un nuovo Rinascimento, specialmente se riusciamo a fare nostro il valore della cosiddetta distanza temporale. Il tempo non è un antro dal quale uscire per conoscere banalmente il passato. Occorre consapevolezza nel comprendere la storia, perché ciò che è trascorso è sostanza del divenire, l’humus nel quale l’albero del presente ha le radici le quali, assorbendo acqua e sali minerali dal terreno, consentono la vita e il futuro della pianta e quindi, fuor di metafora, un futuro pregno di vita e benessere per le nostre realtà.

Molti pensano di conseguire l’oggettività degli avvenimenti denotanti un particolare momento cercandone la Weltanschauung, cioè la visione del mondo. Ciò però è cosa non accettabile. Grazie al valore della «distanza temporale» si recepisce, come avviene anche per chi ama studiare la storia delle proprie origini, una «continuità vivente di elementi, i quali si accumulano per diventare una tradizione». Ciascuno (sia esso essere umano, borgo, nazione, civiltà e così via) è pertanto storia degli effetti, effetto di una tradizione (4).

Ada Labanca Paolantonio


(1) Ancora nel 1918 “Earnshaw’s Infants’ Department”, rivista specializzata in vestiti per bambini, specificava che il rosa era il colore adatto ai maschietti, mentre il celeste alle bimbe. Il rosa era infatti considerato simbolo di mascolinità, in quanto era una sorta di rosso attenuato e quindi più adatto ai rapporti interpersonali perché lontano dal simbolo bellicoso cui il rosso rinviava (Cfr., p.e., E. MOTTERLE, Breve Storia del Rosa, http://www.elisamotterle.com/2017/07/breve-storia-del-rosa).
(2) CICERONE, De Oratore, II, 9, 36.
(3) M. BLOCH, Apologia della storia o mestiere di storico, Torino, Einaudi, 1969, p. 56.
(4) H. G. GADAMER Il problema della coscienza storica, trad. it. di G. Bartolomei, con una introduzione di V. Verra, Napoli, Guida, 1974, p. 88; Id., Verità e metodo, a cura di G. Vattimo, con una introduzione di G. Reale, Milano, Bompiani, 2000, p. 72.


Chi fosse interessato al libro può scrivere a dinucci.domenico@gmail.com


Editing: Enzo C. Delli Quadri 
Copyright: Altosannio Magazine 

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