A la merica… Aspetti generali dell’emigrazione transoceanica molisana

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di Michela D’Alessio
scritto tratto dal libro “A la Mereca” [1]

I dati raccolti, sebbene in modo parziale ma certamente significativo, sulle storie dei capracottesi arrivati nelle Americhe tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento, sembrano confermare le tendenze dei flussi migratori registrate dagli studi esistenti sulla migrazione transoceanica molisana.

Alcuni brevi cenni al fenomeno più ampio regionale aiuteranno a delineare – seppur sinteticamente e sulla scia dell’ampissima letteratura dedicata finora a questo tema nevralgico delle vicende sociali molisane anche in lavori attenti alle vicende di singole comunità – il quadro di contesto entro cui collocare l’esperienza della emigrazione dei capracottesi nel mondo.

Il Molise, infatti, fu tra le aree di maggiore emigrazione di tutta l’Italia meridionale: nel 1911 in America arrivano 28.000 molisani. Il contributo precoce all’emigrazione vede coinvolta la provincia di Campobasso tra il 1876 e il 1925 – con l’emissione di 349.000 passaporti-, e secondo un rapporto percentuale particolarmente rappresentativo rispetto alla popolazione: vale a dire l’89% rispetto alla popolazione censita nel 1901. Il fenomeno diventa già rilevante nei primi decenni del ’900, secondo la nota scansione nella parabola che corre tra il 1896 e il 1905; e poi dal 1906 al 1915. Segna una curva discendente dopo il primo conflitto mondiale. Per Capracotta le prime notizie di emigranti sono relative all’anno 1870.

Lo studioso dell’emigrazione molisana Gino Massullo parla in modo persuasivo  di «una proporzionalità diretta tra altitudine e primato assoluto dell’Alto Molise» nella incidenza maggiore dei numeri di espatri da parte dei Comuni di Agnone (2698), Isernia (1298) e Bojano (985), nel nucleo dell’alta valle del Trigno che già dal 1866 vede i primi spostamenti oltre oceano. Qui si colloca anche il dato di tendenza rilevato per Capracotta (con i suoi oltre milleduecento espatri individuati) che, territorialmente e per numero complessivo, vede seguire la stessa traiettoria evidenziata.

Proverò in questa parte introduttiva a centrare lo sguardo su alcuni aspetti dell’emigrazione più generale che connotò la nostra regione, secondo quanto emerso dagli ampi studi del settore (tra cui sono da annoverare tra gli altri quelli di Gino Massullo, Norberto Lombardi, Vincenzo Lombardi eSebastiano Martelli). Mi soffermerò, nello specifico, su alcuni nuclei che appaiono maggiormente utili ad una lettura del fenomeno.

Le modalità di emigrazione

Il primo aspetto che merita interesse è senz’altro quello inerente la modalità dell’emigrazione, secondo il flusso tra partenze e rientri che vide tra il 1905 e il 1925 contarsi 42.000 rimpatri su 105.000 espatri.

Le nuove comunità locali oltreoceano si andarono a costituire  per lo più grazie alle catene migratorie, ampiamente note nella letteratura sull’argomento, dei “birds of passage” (“gli uccelli migratori”) in Nord America e dei “golondrinas” (rondini) in America del Sud. Negli stessi anni, in via speculare, si assiste al cambiamento contemporaneo delle comunità locali molisane, proprio in collegamento alle dinamiche dell’emigrazione nelleAmeriche.

Come è stato largamente rilevato, un doppio binario caratterizza l’evoluzione dell’emigrazione transoceanica e delle sue mete. Quella definita di tipo artigianale condusse gli emigranti molisani in Argentina, secondo una logica che coinvolgeva l’intera famiglia che si trasferiva in maniera stabile oltre le sponde italiane. Quella di tipo contadino, invece, si diresse maggiormente verso gli Stati Uniti e fu condotta prevalentemente in forma individuale, da persone di sesso maschile, con la caratteristica per lo più dello spostamento provvisorio.

Gruppo di emigrati a Parkersburg (West Virginia) – U.S.A.

Con riguardo poi all’analisi dei movimenti migratori, la recente letteratura ha registrato un superamento delle convinzioni finora espresse dagli studiosi intorno alla assoluta immobilità territoriale dei luoghi di partenza in Italia. Al contrario, è stato posto in evidenza il collegamento dell’emigrazione alla stessa tradizione della mobilità stagionale conosciuta nelle nostre terre con la transumanza, quasi replicando un’abitudine allo spostamento che si è spinta oltre i confini stessi italiani, specie nei numerosi casi della emigrazione temporanea. Con probabilità, interrogandosi sulle ragioni che condussero molti contadini e braccianti a lasciare le terre patrie, occorre riflettere sulla possibilità che furono, tra questi, soprattutto colorocheeranorestatiamarginedelleretidirelazionedellemigrazioniinterne della transumanza, ad essere maggiormente proiettati verso l’emigrazione a lunga distanza.

A questo elemento di continuità con i fenomeni di mobilità territoriale della pastorizia transumante nelle scelte della partenza, occorre inoltre aggiungere l’influenza esercitata sul fenomeno migratorio dalla composizione di un forte spirito di emulazione e competizione tra gli emigranti, senza ovviamente porre in secondo piano la crisi più generale della pastorizia e la ricerca della maggiore redditività intravista oltreoceano.

È interessante pertanto rimarcare quanto le rapide considerazioni esposte inducano a superare lo stereotipo più ampiamente assunto per il passato, di una montagna del tutto stanziale e isolata, per dedurre come i contadini e pastori dell’Alto Molise abbiano, al contrario, da sempre avuto abitudine alla mobilità nel mercato del lavoro americano. Questa dimensione antropologica di consuetudine al movimento, di disponibilità culturale allo spostamento e al viaggio risulta un agente non sempre posto in adeguato rilievo che, accanto alle ragioni di ricerca di un migliore futuro nella “Mèrɘca”, contribuì, si ritiene in modo non ininfluente, alle scelte non facili che accompagnarono la traversata avventurosa oltreoceano, un filo significativo della spinta all’allontanamento dalla propriaterra.

A tale riguardo, nella varietà e pluralità di storie di emigrazione raccolte intorno all’esigenza di migliorare la propria condizione personale e familiare fuori dal Molise, occorre quindi considerare come spesso più che un fenomeno di distacco dal proprio paese, l’emigrazione si connotò quale fenomeno di ricongiunzione con i capifamiglia e gli altri parenti partiti come pionieri. In tal senso l’emigrazione a catena risente di una forte componente di socializzazione non sempre tenuta nel dovuto conto. Si tratta pertanto, spesso, di un «allargamento della comunità d’origine oltreoceano e non quindi del suo abbandono», secondo una traiettoria lungo cui si mossero delle vere e proprie strategie familiari. In tal senso, è stato efficacemente rilevato che l’emigrazione in catena «non comportava la cesura dei rapporti con la comunità di origine. Piuttosto che una fuga disordinata e disperata dei più poveri diseredati dalla fame, il fenomeno migratorio molisano appare come il tentativo, organizzato e complesso nelle sue dinamiche economiche e sociali, di allargare, mediante precise strategie familiari l’ambito spaziale  dei paesi molisani fino alla “Mèrɘca”, senza spezzarne il tessuto sociale, ma anzi integrandolo in una più ampia rete di relazione stesa attraverso l’oceano» (Massullo, Il bardo della libertà, Iannone 2011, p.46).

Esaminando tali dinamiche, un’ampia letteratura si è interessata al sentimento d’italianità nato fuori dall’Italia. Infatti, oltre alla composizione di “piccole Italie” tra le comunità sorte tra i compaesani all’estero, si assiste, specularmente, alla scoperta o riscoperta a distanza di un senso di appartenenza nazionale. Sarà questo uno dei tratti inattesi del profilo dell’emigrazione. L’italianità proclamata continuerà a convivere con la persistente fedeltà localistica o campanilistica, politico-religiosa, di classe, di cultura (dialettale) degli emigranti.

Le trame relazionali

Se pertanto resta al primo posto la fuga dalla miseria e dalla precarietà la ragione che maggiormente accomuna le storie di emigrazione anche di quanti si allontanarono dall’Alto Molise, non sono da sottovalutare le più diverse dinamiche che intercorsero tra Italiae

Ida Carnevale con Maria Monaco

Americhe.Le piccole realtà locali transnazionali si mostrarono nel tempo fortemente integrate. Si trattò naturalmente di un processo in cui andarono a rinnovarsi e ampliarsi le trame relazionali (economiche, sociali, culturali) tra i luoghi di partenza e quelli  di  arrivo. L’emigrazione comportò molti cambiamenti sociali nelle comunità molisane di partenza, a cominciare  dal ruolo delle donne nella gestione  familiare di casa, nell’uso dei risparmi provenienti dall’estero, nell’educazione e nel lavoro; all’acquisto della terra con le rimesse dall’estero; alle trasformazioni del nuovo status sociale piccolo borghese. L’arrivo delle rimesse dall’estero purtroppo non si canalizzò verso un vero decollo economico, a causa dell’assenza di strutture e del sistema creditizio delle sole Casse postali. Pertanto, malgrado la raccolta di alcune somme utili per sé e la famiglia, dopo la crisi del 1929 non si assiste a un vero reinvestimento dei “gruzzoli” raccolti, nel sistema produttivo locale.

Provando a concludere queste brevi note, penso si possa in sintesi rilevare come questo lavoro risponda alla volontà di raccogliere la voce dei testimoni di un fenomeno che ci coinvolge molto da vicino, ma che andrebbe altrimenti forse colpevolmente inghiottito tra quelle stesse onde in cui affondarono molti dei sogni di passeggeri sfortunati.

Soprattutto, questo contributo è volto a produrre e alimentare la memoria di una comunità, che non resta ristretta al cerchio breve del paese di origine ma viene ad intessere i fili delle voci raccolte, dei volti che ci parlano dalle fotografie, dei brandelli trattenuti dei racconti, in una più ampia tela di esperienza e relazione con le tante storie di vita dei capracottesi, dipanatesi oltre l’orizzonte delle proprie montagne. Riallacciando, insieme allo spago della valigia rinforzata di cartone dell’emigrante, la memoria plurale, da tenere più stretta e sempre viva, di una storia comune che ci appartiene.

Capracottesi e altri emigrati negli Stati Uniti d’America, Youngstown (Ohio), anni venti

[1]Il libro, edito dall’Associazione “Amici di Capracotta”,racconta storie di emigrati capracottesi nel Nuovo Mondo.Raccoglie e tramanda le testimonianze dei parenti – o di persone direttamente interessate – sulle condizioni di vita e sulla storia delle famiglie dei nostri concittadini emigrati per lo più nel Novecento.
Sono storie varie, diverse. Alcune raccontano di lavoro duro, sudore, lacrime. Altre somigliano più da vicino a “favole” a lieto fine. Tutte, però, rivelano il grande carattere dei Capracottesi, per eccellenza un popolo di emigranti, presenti praticamente in ogni continente.

Copyright Amici di Capracotta
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

1 COMMENTO

  1. Anche dal mio paese molisano, MONTEFALCONE, si possono estrapolare tanti “brandelli di vita migratoria” seppur posteriori alle date di questo racconto bello, colto e di grande empatia.
    Mio padre ad es. è stato dopo gli anni ’50 un lavoratore stagionale -scalpellino- in SVIZZERA, allorquando dalla “MERICA”, l’emigrazione si spostò nei paesi europei…
    Così “Riallacciando, insieme allo spago della valigia rinforzata di cartone dell’emigrante, la memoria plurale, da tenere più stretta e sempre viva, di una storia comune che ci appartiene.

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