9. I Vitelios verso la terra di destinazione

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Estratto di un brano del Romanzo Viteliù di Nicola Mastronardi [1], con editing e breve nota introduttiva di Enzo C. Delli Quadri; Musica di Pëtr Il’ič Čajkovskij- Giulietta e Romeo A time for us

Altosannio, il luogo dove si sviluppano le vicende narrate in Viteliù. Aufidenia=Alfedena. Hereclanom=Schiavi d’Abruzzo. Pesco di Guardia=Pescopennataro. Trevento=Trivento. La Pietra che viene avanti=Petravenniende (Pietrabbondante). Sella dei Sacrati=Sella di Capracotta. M.Karakenos=Monte Saraceno. Santuario della Nazione=Teatro Italico di Pietrabbondante. M.Kaprum=Monte Capraro. Ver=Verrino. Città del Toro Sacro=nei pressi di Agnone. Le tre cittadelle=Le Civitelle
Altosannio, il luogo dove si sviluppano le vicende narrate in Viteliù. Aufidenia=Alfedena. Hereclanom=Schiavi d’Abruzzo. Pesco di Guardia=Pescopennataro.
Trevento=Trivento. La Pietra che viene avanti=Petravenniende (Pietrabbondante).
Sella dei Sacrati=Sella di Capracotta. M.Karakenos=Monte Saraceno.
Santuario della Nazione=Teatro Italico di Pietrabbondante. M.Kaprum=Monte Capraro.
Ver=Verrino. Città del Toro Sacro=nei pressi di Agnone. Le tre cittadelle=Le Civitelle

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La Guerra Italica, combattuta da SannitiMarsi, Peligni, Marrucini, Vestini, Piceni  contro Roma dal 91 all’88 a. C. per l’ottenimento della cittadinanza romana, è oramai finita da 16 anni. Siamo, quindi, nel 72 a. C. e gli Italici da tempo hanno ottenuto gli stessi diritti dei Romani.

Il dittatore romano Lucio Cornelio Silla, non accettando l’immissione degli Italici nel mondo romano quali “Cives Optimo Iure”, tenta di sterminare la “Touto” [2] dei Sanniti Pentri. Più in particolare, Lucio Cornelio Silla ha in odio Gavio Papio Mutilo, Meddis [3] supremo dei Sanniti Pentri, l’Embratur dei Vitelios, in altre parole il Comandante in capo dell’Esercito Italico durante la Guerra Italica.

Lucio Cornelio Silla riesce a catturare Gavio Papio Mutilo, da tempo cieco, 9 anni dopo la fine della Guerra Italica. Non lo fa uccidere ma lo condanna, per umiliarlo, ad ascoltare i racconti delle vittorie dei Romani sul Popolo Sannita. Silla è convinto di poterlo domare e distruggerlo psicologicamente.

Ma Gavio Papio Mutilo resiste alle umiliazioni, assiste al disfacimento fisico di Silla che muore nel 79 a. C. e, 6 anni dopo la sua morte, decide di fuggire da Roma per tornare, orgogliosamente, nella sua terra sannita. Prima, però, “recupera un ragazzo”…. suo nipote sedicenne che, in fasce, era stato salvato durante un feroce assalto dei Romani…………

Nicola Mastronardi, nel suo meraviglioso romanzo storico, Viteliù – Il nome della Libertà, così racconta il momento in cui “i Vitelios” avvistano la loro terra di destinazione (I Vitelios, in osco, figli del toro, furono i 7.000 “Sacrati”, con a capo Cominius Castronuis, che, seguendo le tracce di un toro, avrebbe interpretato le intenzioni dell’animale per determinare il luogo dove i “Sacrati” avrebbero dovuto stabilirsi).

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Mappa-percorso Gavio Papio Mutilo simile a quello dei Vitelios
Mappa-percorso di Gavio Papio Mutilo simile a quello dei Vitelios

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Da Viteliù – Il nome della Libertà

…… …… incontrarono pastori appena rientrati con le loro greggi dalle valli vicine al mare. Non si mostrarono ostili, questi ultimi, anche perché dovettero temere certamente quella moltitudine di giovani ben armati e con cavalli al seguito. Fu forse per farli partire dalla loro terra che raccontarono loro di una valle fluviale e di una fertile pianura al suo interno a poca distanza, verso meridione, più calda e accogliente di quell’altopiano; riferirono anche di una valle doppia, distante tre giorni di cammino, oltretutto ben difesa, riparata dai venti freddi del settentrione e ancor più adatta all’agricoltura. L’avrebbero riconosciuta da tre rocce aguzze di cui la maggiore era inclinata verso valle. Lì, dissero quei pastori, i torrenti scorrevano a decine e la terra era generosa di frutti e adatta ad essere coltivata, diversamente dal loro altopiano dove, nella buona stagione, cresceva solo l’erba per gli animali, il grano di marzo e pochissimo altro. Avrebbero dovuto proseguire per tre giorni poi, giunti alla prima valle con il fiume che scorreva verso levante, indovinare un valico fra due monti di roccia nuda, abitati da aquile e capre selvatiche.

I Vitelios continuarono dunque il viaggio, anche perché Kumis così interpretava ancora il volere del dio Mamerte, attra- verso il comportamento del toro. Percorsero la pista d’erba, che da allora in poi fu ricordata come ‘il cammino dei Padri Sacrati,  fino a scendere sul fiume. È quello che oggi, da loro, si chiama Sagro. Dall’alto, videro subito, verso ponente, la vasta pianura alluvionale percorsa dallo stesso fiume. All’evidenza era molto fertile, piacque a molti e l’eccitazione dei giovani capi famiglia crebbe, con la consapevolezza, forse più una speranza, di esser vicini alla meta. Si ripromisero di esplorarla una volta compreso indubitabilmente il volere di Mamerte. Seguendo le indicazioni dei pastori, scesero dunque nella valle del Sagro sulle cui acque la pista in erba terminava. Camminarono per mezza giornata secondo lo scorrere del fiume. Dall’alto di un monte gli esploratori avevano individuato il valico fra le pareti di roccia e, dietro di questo, forse la valle doppia e, più lontano, una regione sterminata. Fu questa che più colpì Kumis. Parlarono anche della strana formazione rocciosa, composta dalle tre Morge di cui una, maggiore, era proprio inclinata verso valle, come riferito dagli indigeni dell’Altopiano Grande. Finalmente, i settemila attraversarono il fiume e iniziarono la salita. Il cammino di quel giorno lungo i fianchi scoscesi dell’altura fu come una mesta processione. Pieni di timori e di speranze per il futuro, giunsero infine al culmine della sella naturale e da lì videro per la prima volta la terra a loro destinata”.

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[1] Nicola Mastronardi, Molisano di Agnone (IS), direttore della biblioteca storica. Laureato in Scienze politiche è cultore di materie storiche, giornalista pubblicista e, soprattutto, scrittore. Il suo romanzo storico “Viteliú. Il nome della libertà” è, oramai, un evento letterario riconosciuto da tutti.
[2] Il termine osco touto indicava l’organismo composito, ossia l’unità politica corporativa a base territoriale variabile che costituiva lo “Stato” dei Sanniti.
[3] Il Meddis tuticus era il più alto magistrato sannitico. Eletto annualmente, era il capo militare del Touto (lo “Stato” sannita), ne curava l’amministrazione della legge, delle finanze, della religione e presiedeva le assemblee collegiali che aveva il potere di convocare.

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