8 maggio. I falò di San Michele

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 Ida Busico

Mi torna in mente, insieme ai tanti ricordi della mia infanzia e adolescenza, questa data legata al fuoco, il fuoco di S. Michele.
Nel pomeriggio si raccoglievano “le ceppe” (fascine) e “l’ laina” (la legna) per allestire un falò che avremmo acceso la sera, in mezzo alla strada. Ogni quartiere aveva il suo spazio dove compiere il rito. Noi della Ripa lo accendevamo in Corso Garibaldi, proprio in mezzo alla strada.
I grandi, in circolo intorno al fuoco, seduti sulle “psrell” (sgabelli) arrostivano le patate sotto la cenere, qualcuno approfittava del fuoco per cucinare un piatto più elaborato.

Agnone falò di san Michele
Noi ragazzi, in un circolo ancora più accostato al fuoco, sotto gli occhi vigili dei genitori attenti a che una ”vecchia” (scintilla) sfuggita dal fuoco non bruciasse i vestiti, cantavamo in coro:

E la rota d’ sand Mcchèl
chi se ne ve’ e chi se ne va
se ne va Sanda Maria
gira le spalle…. Ida mia!

(o il nome di una qualunque altra ragazza, a turno)

Questa era una usanza che si tramandava da tempi antichissimi e che serviva a presentare le ragazze alle persone presenti. Poi tutti insieme, comodamente seduti intorno al falò, si beveva e si mangiava: vino per gli adulti e patate, ormai cotte, grigie di cenere, con la buccia diventata sottilissima che veniva via come un velo. Non mancavano pane fatto in casa e altre semplici pietanze che venivano offerti dalle persone del rione!

L’allegria, tanta allegria, condiva le povere pietanze,
in quella occasione diventate pasti da re.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

4 Commenti

  1. Nel mio quartiere si facevano nello spazio che separa la mia casa dalla sala dei monaci che sta sotto la vecchia chiesa dei Cappuccini. Che emozione!

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