Senza fissa dimora

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di Luca Fasano[1]

Nel suo libro “Scì benditt’ lu citro” [2], Luca Fasano racconta alcuni episodi della vita santangiolese (Sant’Angelo del Pesco). Qui racconta il  peregrinare in attesa di una casa dove abitare

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Sant’Angelo del Pesco

Senza fissa dimora

Ma le vicissitudini di casa de Palatis-Fasano non si erano risolte con l’assegnazione della casa popolare. Con l’andare degli anni, questa cominciò infatti a mostrare tutte le sue carenze strutturali, frutto di materiali edili che, nell’immediato dopoguerra, non potevano essere certo di prima scelta. Prima cominciarono a formarsi degli avvallamenti sul pavimento, poi presero a cadere calcinacci dal soffitto, lasciando intravedere un’intelaiatura di sabbia, cemento e reticelle metalliche. Infine, si formarono delle crepe a dir poco preoccupanti alle pareti. Morale della favola, in breve l’ ”Istituto Autonomo Case Popolari” dichiarò l’appartamento inagibile perché pericolante. E la palazzina, che già aveva subito la fuga degli altri inquilini, come la cosiddetta “venezuelana” e Rocco, che aveva la sua bottega di falegname a piano terra, si spopolò completamente, lasciandoci in pratica in mezzo alla…strada.

Mamma retrocedeva ulteriormente. Dopo essere passata da trentasei stanze ad una, ora si trovava senza neanche un buco dove trascorrere le sue vacanze santangiolesi, e noi con lei. Seguì quindi un lungo periodo in cui, a volte, fummo ospiti di Siria, grande amica di mamma e sempre oltremodo cortese e disponibile verso tutti noi; altre volte trascorremmo brevi periodi da Amalia Zezza, che gestiva una piccola pensione a conduzione familiare, quasi di fronte i ruderi del vecchio palazzo de Palatis. Tra l’altro, Amalia era anche un’ottima cuoca e mi sogno ancora la sua polenta, le sue sagne a pezzi (pasta all’uovo fatta in casa a forma di rombi – N.d.A.) al sugo con le coppe, i suoi spaghetti aglio e olio, dal color rosa per il tanto “diavulillo” (peperoncino) che ci metteva. Tuttavia, anche se tutti si mostravano estremamente gentili e ospitali, non potevamo andare a elemosinare per sempre un posto dove dormire o mangiare, conoscendo i tempi della burocrazia e immaginando per la ristrutturazione della casa popolare tempi biblici.

A trovare la soluzione e risolvere i nostri problemi, venne in nostro soccorso, più o meno intorno agli anni ’80, l’allora sindaco e costruttore Cecchino Di Lucente. Questi s’impegnò a ristrutturare l’intero palazzo de Palatis, garantendo, per quanto possibile, il mantenimento della struttura esterna, la sola sopravvissuta alle mine tedesche, evitando stravolgimenti architettonici. In cambio della cessione dell’intera struttura e dell’autorizzazione a procedere così come concordato, il costruttore avrebbe consegnato due dei dodici appartamenti previsti agli eredi de Palatis, ed in particolare uno a mamma, come unica erede per parte di Don Ciccio (grazie alla generosa donazione delle sue sorelle), ed una al cugino di mamma, e figlio di Cesare, Guido de Palatis, il quale, per motivi affettivi, optò per l’appartamento una volta abitato dal papà e ubicato sopra il negozio di Lucrezio, laddove molti anni prima sorgeva la farmacia dello zio Raffaele.

A noi sembrò una buona proposta, anche perché le alternative erano un vecchio rudere in piazza o una casa pericolante all’inizio del paese. Inoltre, l’idea di conservare in qualche modo la struttura originaria ci parve un progetto sentimentalmente da sostenere, anche se architettonicamente di non facile realizzazione. Sarebbe stato sicuramente più facile buttare giù tutto e ricostruire da capo, e bisogna dare atto a Cecchino di avere avuto un bel coraggio ad avventurarsi nell’impresa. Ci volle un po’ di tempo, ma alla fine il risultato fu senz’altro apprezzabile: un appartamento piccolo ma confortevole, con due camere da letto, salone con camino, bagno e cucina e, soprattutto, una magnifica vista sulla valle e le montagne circostanti.

Smettemmo così il nostro peregrinare di casa in casa, potendo riprendere anche una più assidua frequentazione di S. Angelo non solo durante i mesi estivi. Tra l’altro, in quel periodo, io e Bruno, soprattutto Bruno, amavamo regalarci, ovviamente d’inverno o a inizio primavera, qualche giornata di sci sulla neve, della quale spesso facevamo partecipe anche Palà. In genere, tra le piste più vicine, preferivamo quasi sempre quelle del Monte Pratello, o Praterello, come lo chiamava Palà, a scapito dell’Aremogna, a due passi da Roccaraso, meta preferita dai napoletani (soprattutto i più snob) e che, in certi periodi dell’anno, era più affollata di Via Roma a Napoli nell’ora di punta. Prendevamo dunque la sciovia del Pratello e ci lanciavamo poi in lunghe discese a valle. Bruno era senza dubbio il più abile tra di noi, grazie anche all’esperienza acquisita in diverse settimane bianche sulle Dolomiti. Io me la cavavo, ma avevo un’autentica repulsione per gli impianti di risalita, con i quali ingaggiavo spesso dei violenti corpo a corpo, che mi vedevano quasi sempre sconfitto. Capitomboli a parte, era bello, dopo una giornata passata sulla neve, ritrovarsi tutti insieme davanti al camino a sorseggiare un punch “Evangelisti” (quello con gli sciatori disegnati sull’etichetta), mentre il fuoco scoppiettava e i calzettoni, liberati dalla morsa degli scarponi, continuavano imperterriti a “fumare”.

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[1] Luca Fasano, Giornalista pubblicista, ha già pubblicato, per “ilmiolibro.it” del Gruppo editoriale l’Espresso, quattro opere: “Il cassintegrale” (2009), “Roma-Caserta solo andata” (2010), “Scì benditt’ lu citro” (2011) e “Viaggio al centro della Terra…di Lavoro” (2014), tutte dichiaratamente autobiografiche.
[2]

Sciambenditt.

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