22. L’eroe di Saipinom, in un intreccio tra ieri e oggi

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a cura di Enzo C. Delli Quadri

Ai primi di maggio del 2015, un ragazzo, Antonio Sica, è andato a Terravecchia di Sepino, l’antica Saipinom, e ha raccolto il racconto di un vecchio pastore, il quale gli ha parlato del sentiero che dalle rovine sale ai pascoli. Si tratta dello stesso sentiero descritto in questo brano del romanzo Viteliù. Il nome della Libertà, di Nicola Mastronardi.

Guerriero-Pastore Sannita (da www.sanniti.onfo)
Guerriero-Pastore Sannita (da www.sanniti.onfo)

Nelle parole dello scrittore Nicola Mastronardi,
tratte dal suo romanzo “Viteliù. Il nome della Libertà

Embratur, signore, siete di nuovo qui! Che gli dèi siano ringraziati. Vi rivedo, siete vivo, non ci credo!” Gavio Papio, sorpreso, si ritrasse e invitò quell’uomo ad alzarsi. “Io non posso vederti. Chi sei?” “Mi chiamo Assio, signore, mio padre era Terzio, Terzio Minato. La nostra famiglia viene dall’ara del Sacro Termine, vicino alla Selva Piana. Io ho combattuto sotto il vostro generale Numerio Lucilio nell’assedio di Aisernio, sono entrato ad Aisernio con lui! Mio figlio, Terzio Assio Minato, era invece con voi a Nuceria e Nola, ne sono certo, durante il secondo anno, ma…”

Era come un fiume in piena. Eccitato da quell’incontro ed evidentemente ansioso per qualcosa. Papio lo interruppe, per comprendere.

“Aspetta, uomo, calmati. Vuoi forse chiedermi di tuo figlio?” “Sì signore” riprese, guardando il suo interlocutore nell’atteggiamento d’un viaggiatore del deserto che attendeva acqua con la gola arsa dalla sete. “Vorrei sapere di lui, della sua sorte” continuò. “Ho notizie di Terzio fino alla battaglia di Saipinom. Poi più nulla. Per anni ho interrogato reduci e chiunque potesse sapere qualcosa, ma non sono riuscito a scoprire di più. Sono forse condannato a non sapere dove e come sia morto! Ma, forse, voi potete aiutarmi, Meddíss, voi dovevate conoscerlo, eravate famoso per conoscere ogni vostro soldato e interessarvi di ognuno! Terzio faceva parte dell’ultima vereja partita in guerra…”

Papio meditava cercando nella sua testa ricordi di venti anni addietro.

“Hai detto che si chiamava Terzio e che era giovanissimo”. “Sì, Meddíss, lui e i suoi compagni partirono che non avevano compiuto i diciassette anni. Con il tempo mi sono convinto che non si è salvato, altrimenti sarebbe tornato da noi, alla sua famiglia. Sì, ne sono certo, sarebbe tornato a visitare sua madre almeno una volta, lei che è morta aspettandolo, consumata da anni di dolore e dal non sapere”. Papio ebbe come un’illuminazione improvvisa. “Alzati uomo. Sì, conoscevo tuo figlio, rammento bene Terzio Assio Minato e i suoi compagni. Hanno combattuto da veri Safinos. Eravamo a…” S’interruppe perché Assio ebbe un mancamento. Gli vennero meno le forze e le gambe non lo tennero più; ora era come colui che, sul punto di morire disidratato, sa che sta per cadergli addosso una cascata d’acqua. “Lo conoscevate! Ne ero sicuro! Ditemi, vi scongiuro, dove l’avete visto l’ultima volta? cosa è successo? Vi prego, Meddíss, signore, parlate!”

Gli si era aggrappato addosso. Papio riuscì infine a farlo ricomporre e a raccontare.

“Il terzo anno di guerra, arrivò il giorno in cui Saipinom cadde. Una parte della popolazione era salita in ritardo sulle vette e nei luoghi di rifugio. I Romani, quel pomeriggio, stavano inseguendo almeno cento fra donne, bambini e anziani. Fu tuo figlio a decidere di fermarli”.

Assio era ammutolito; bocca aperta e lacrime agli occhi ascoltava quelle parole, ma non sembrava ancora capace di comprenderne il significato.

“Terzio era con una quindicina dei suoi compagni d’arme, tutti dello stesso manipolo, scortavano quella gente in fuga verso la montagna. Almeno una centuria di soldati di Silla li inseguiva ed erano sempre più vicini. L’ordine era di sterminare tutti, senza lasciare nessun testimone. Tuo figlio chiamò a sé gli altri e in un attimo li convinse. Giunti a una strettoia del sentiero che saliva sui pascoli, ben difendibile, ordinarono a quella gente di scappare più in fretta possibile, verso i rifugi che conoscevano, mentre loro avrebbero affrontato i Romani. Così avvenne. Quando i nemici arrivarono, li tennero inchiodati in quel punto per più di due ore. Esaurirono giavellotti, frecce e ghiande di piombo e quindi iniziarono a buttar giù massi, armarono le fionde con pietre. I Romani dovettero arrestarsi dopo ripetuti attacchi e inutili tentativi di aggiramento. Avevano perso decine e decine di uomini senza poter far nulla. Si decisero dunque ad appiccare un fuoco per stanare i nostri. L’erba secca e le ginestre furono facile preda, il fumo fece il resto. I Romani riuscirono a conquistare la posizione, ma tuo figlio e gli altri non scapparono e non si arresero. Il combattimento corpo a corpo fu feroce, così mi ha raccontato l’unico superstite prima di morire fra le mie braccia. Ognuno dei nostri ragazzi uccise almeno quattro, cinque avversari. L’ultimo a cadere fu il loro giovane comandante improvvisato, arma in pugno, assalito da almeno tre nemici contemporaneamente: tuo figlio Terzio. La gente di Saipinom, intanto, si era messa in salvo. La notte stava sopraggiungendo e i Romani dovettero desistere dall’inseguimento. Il sacrificio dei quindici salvò almeno cento persone. Era stato merito del coraggio e del valore di tutti, ma soprattutto delle decisioni del tuo ragazzo”.

Un silenzio attonito seguì alle ultime parole di Gavio Papio.

“Da allora egli riposa sulla parte meridionale del monte Tiferno” concluse “non lontano dalla strettoia del sentiero che lo ha visto morire; ha avuto degna sepoltura con armatura, elmo, cinturone e il resto. Il suo nome è inciso sulla lastra tombale. Io stesso ho comandato l’onore delle armi per lui e i suoi compagni, due giorni dopo il fatto. E ho tenuto un discorso davanti alla sua tomba”.

L’anziano pastore mise le mani sul viso e un pianto dirotto, interminabile, liberatorio lo assalì senza che potesse difendersi. Era ripiegato su se stesso, in ginocchio, ai piedi di Gavio Papio che gli teneva una mano sulla testa.

“Ma ora basta pianti” disse il Meddíss ad un certo punto “Sii anche tu degno di tuo figlio. Alzati, voglio abbracciare il padre di un eroe”.

 Viteliù Saipinom 5

Nel racconto di Antonio Sica (sue sono le foto)

2 maggio 2015. Qualche giorno fa, di primo pomeriggio, dopo una salita abbastanza dura, di circa tre quarti d’ora, in un bosco erto e selvaggio (altro che la selva di Dante..), sono arrivato nel luogo dove si può ammirare questa meravigliosa testimonianza di un lontano passato: Terravecchia di Sepino. Si tratta di un antico insediamento del popolo che, un paio di millenni fa, aveva conteso agli antichi romani, il dominio sull’Italia centro meridionale, i Sanniti o Sabelli. Per qualcuno potranno sembrare poco più di mucchi di pietre senza nessuna attrattiva; eppure visitare questi luoghi, dopo aver letto “Il Sannio e i Sanniti” di E.T. Salmon e “Viteliù” di N. Mastronardi, toccare le pietre delle possenti mura, passare attraverso una delle porte di accesso, guardare attraverso una feritoia… significa immergersi in una specie di bolla temporale e fare un salto nel tempo di oltre 2000 anni.

Viteliù Saipinom 3

La suggestione è davvero tanta, provoca sensazioni ed emozioni abbastanza forti. Al punto che quando ad un certo momento sento i campanacci delle pecore e dei passi che si avvicinano, mi aspetto di veder comparire da un momento all’altro, non un anziano pastore dei giorni nostri ma… “il luparo” Eumaco [per chi ha letto Viteliù]. Altro che sindrome di Stendhal… Peccato per lo stato di abbandono. Il sito dovrebbe essere valorizzato e diventare meta di turisti, appassionati e scolaresche. Proprio come succede con il bellissimo, vicino sito di Altilia; che però ha la fortuna di stare nella valle, a pochi passi dalla superstrada. Una cosa che mi ha colpito è stato l’entusiasmo con cui l’anziano pastore, dopo che ha capito il motivo per cui stavo lassù, ha iniziato a farmi da guida, parlandomi della storia del sito, di quell’ antico, fiero e combattivo popolo che aveva eretto le possenti mura e le costruzioni interne, di come vivevano e di come erano stati assediati e sconfitti. Il tutto un pò riveduto e corretto a modo suo, frutto evidentemente della commistione di qualche lettura sull’ argomento e vecchi racconti ascoltati. Ci metteva un tale entusiasmo che non mi sono nemmeno sognato di fargli notare qualche ingenua inesattezza. Ho provato grande rispetto per una persona anziana tanto fiera di raccontare ad uno sconosciuto la storia della sua terra. Ah… alla fine mi ha pure indicato il sentiero che lui usa per portare le pecore lassù. 

Saipinom 1

Viteliù Saipinom 7

 


Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

4 Commenti

  1. Sono rimasto senza parole quando ho letto suquesta pagina e su Fb, il mio vecchio racconto su quella bella esperienza. GRAZIE! E Grazie due volte per avermi definito ragazzo… a 46 anni fa proprio piacere 🙂 .

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