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21. Lo spirito delle guerre sannitiche, tra La lupa e il Toro

Estratto di un brano del Romanzo Viteliù di Nicola Mastronardi [1], con breve nota introduttiva di Enzo C. Delli Quadri

Altosannio, il luogo dove si sviluppano le vicende narrate in Viteliù. Aufidenia=Alfedena. Hereclanom=Schiavi d’Abruzzo. Pesco di Guardia=Pescopennataro. Trevento=Trivento. La Pietra che viene avanti=Petravenniende (Pietrabbondante). Sella dei Sacrati=Sella di Capracotta. M.Karakenos=Monte Saraceno. Santuario della Nazione=Teatro Italico di Pietrabbondante. M.Kaprum=Monte Capraro. Ver=Verrino. Città del Toro Sacro=nei pressi di Agnone. Le tre cittadelle=Le Civitelle
Altosannio, il luogo dove si sviluppano le vicende narrate in Viteliù. Aufidenia=Alfedena. Hereclanom=Schiavi d’Abruzzo. Pesco di Guardia=Pescopennataro.
Trevento=Trivento. La Pietra che viene avanti=Petravenniende (Pietrabbondante).
Sella dei Sacrati=Sella di Capracotta. M.Karakenos=Monte Saraceno.
Santuario della Nazione=Teatro Italico di Pietrabbondante. M.Kaprum=Monte Capraro.
Ver=Verrino. Città del Toro Sacro=nei pressi di Agnone. Le tre cittadelle=Le Civitelle

La Guerra Italica, combattuta da SannitiMarsi, Peligni, Marrucini, Vestini, Piceni  contro Roma dal 91 all’88 a. C. per l’ottenimento della cittadinanza romana, è oramai finita da 16 anni. Siamo, quindi, nel 72 a. C. e gli Italici da tempo hanno ottenuto gli stessi diritti dei Romani.

Il dittatore romano Lucio Cornelio Silla, non accettando l’immissione degli Italici nel mondo romano quali “Cives Optimo Iure”, tenta di sterminare la “Touto” [2] dei Sanniti Pentri. Più in particolare, Lucio Cornelio Silla ha in odio Gavio Papio Mutilo, Meddis [3] supremo dei Sanniti Pentri, l’Embratur dei Vitelios, in altre parole il Comandante in capo dell’Esercito Italico durante la Guerra Italica.

Lucio Cornelio Silla riesce a catturare Gavio Papio Mutilo, da tempo cieco, 9 anni dopo la fine della Guerra Italica. Non lo fa uccidere ma lo condanna, per umiliarlo, ad ascoltare i racconti delle vittorie dei Romani sul Popolo Sannita. Silla è convinto di poterlo domare e distruggerlo psicologicamente.

Ma Gavio Papio Mutilo resiste alle umiliazioni, assiste al disfacimento fisico di Silla che muore nel 79 a. C. e, 6 anni dopo la sua morte, decide di fuggire da Roma per tornare, orgogliosamente, nella sua terra sannita. Prima, però, “recupera un ragazzo”…. suo nipote sedicenne che, in fasce, era stato salvato durante un feroce assalto dei Romani…………

Nicola Mastronardi, nel suo meraviglioso romanzo storico, Viteliù – Il nome della Libertà, così descrive il momento in cui Gavio racconta, a suo nipote Marzio, la lunga guerra tra Roma (la lupa) e i Sanniti (il Toro)

guerre sannitiche

Da Viteliù – Il nome della Libertà

“Ci fu un tempo nel quale la Lupa e la touto dei tuoi antenati furono soci. Fra pari, si divisero le terre dei Volsci; combatterono e sconfissero, da alleati, i popoli latini e campani. Il fiume Liri fu il confine stabilito fra loro”.

Fu un lungo, inevitabile, racconto destinato a durare due giorni interi. Le domande di Marzio divennero una cascata, incalzante, tumultuosa. Un lavoro estenuante per l’anziano Papio, che pure non aveva atteso altro da quando quel viag- gio era iniziato. ……. ……

“Accadeva dodici generazioni prima di quella di mio padre” esordì Papio al mattino di quel primo giorno di sosta presso il Luco di Angitia, seduto sulla gradinata del tempio. “Il trattato era stato discusso a lungo tra i feciales romani e i Meddíss sanniti. La guerra fra le due potenze fu scongiurata. La tua generazione vedrà compiersi i trecento anni da quell’epoca. Erano tempi in cui tutti temevano la potente federazione delle nostre genti, figlie o imparentate con i primi Sacrati: Carricini, pastori delle terre più alte e rocciose, a sinistra e destra del fiume Sangro; Frentani, abitanti delle vaste campagne a oriente, verso il mare; Pentri, i più numerosi e ricchi, il cuore e il corpo della nazione; Caudini, delle valli a meridione, e Hirpini, il popolo che fu guidato dal lupo. Troppo forti e numerosi anche per Roma, l’unica, comunque, che poteva trattare alla pari con la nazione dei tuoi antenati. Non certo perché la uguagliasse in potenza guerriera né per vastità di terre o numero di animali, ma solo grazie al fatto che Roma era una, unita e forte nell’amor di patria. L’astuzia dei suoi governanti e l’ambizione smisurata facevano il resto. Essi capirono in quel momento che nessun popolo, neanche Roma, poteva sperare di scontrarsi, da solo, contro le cinque toutas dei Safinos unite, senza rischiare l’annientamento”.

Marzio venne a sapere tutto del conflitto che, pochi anni dopo il primo patto, era scoppiato a causa dei Sidicini: la guerra destinata a diventare la più lunga e sanguinosa tra quelle combattute da Roma, a memoria d’uomo. Furono anzi più guerre, raccontarono Papio ed Eumaco, in successione l’una con l’altra. Decine e decine di anni di sangue, stragi, distruzioni da entrambe le parti: i Safinos alla ricerca di spazio vitale, pascoli e terre da coltivare per la crescente popolazione a cui le primigenie montagne stavano ormai strette; i figli della Lupa spinti da una incontenibile volontà di dominio e avidità di ricchezze. Questo era quanto andava affermando Papio, ancora a metà di quella giornata.

“Una lotta spietata fra i difensori del benessere e della libertà di ogni popolo, contro uno stato accentratore che del sangue degli altri faceva già da allora la propria linfa vitale” disse anche, a un certo punto, il vecchio cieco. “Per tre generazioni e oltre furono in gioco le sorti delle città e delle genti d’Italia: o libere e federate con i Sanniti o schiave di Roma.

Furono proprio i tuoi antenati i più strenui difensori della libertà italica di cui la Lupa intendeva cibarsi. La loro stessa natura glielo imponeva. Fieri e ostinati amanti della propria terra, vivevano conformandosi alla natura e, perciò, inclini all’uguaglianza tra gli uomini. L’esistenza senza libertà non era semplicemente concepibile. I Romani non conoscevano le nazioni se non per soggiogarle. Al contrario, tra i Safinos non si conosceva cosa fosse la schiavitù”.

Marzio non aveva mai guardato le cose da questo punto di vista, del tutto nuovo per lui. In verità, non avrebbe potuto farlo fino a quel momento. Studiando a Roma l’elenco dei Fasti Triunphali, egli non aveva mai pensato a cosa ci fosse dietro tut- te le guerre vinte da generali e consoli. E quante contro i Samnites! Morte, desolazione e dolore per altri popoli. Il fatto che la grandezza di Roma e il benessere dei suoi cittadini fossero basati anche sulla schiavitù di altre genti gli era parso scontato, da sempre era stata una componente naturale e accettata del suo modo di pensare. Un’impalcatura che ora scricchiolava.

Nella lunga passeggiata che i due fecero il pomeriggio di quel primo giorno fuori delle mura di Angitia, Papio parlò al nipote delle virtù degli antenati. Solidarietà, giustizia, onore, amore per la famiglia, venerazione per gli anziani, rispetto per la terra e gratitudine agli dèi che l’avevano donata. Assoluto orgoglio di appartenere alla più grande stirpe che si conoscesse sul suolo di quella terra meravigliosa e benedetta dagli dèi.

Furono queste le parole che risuonarono più volte fra gli alberi del bosco sacro e sulle lievi increspature delle acque del Fucinus. (…. ….. )

“Il bene della patria, al di sopra di ogni cosa, la sobrietà dei costumi, il senso del dovere: nella saldezza di questi principi risiedeva la forza della nostra società antica. I costumi, che solo in parte sono giunti fino alla mia generazione, erano la vera forza della famiglia, di ogni villaggio e dell’intera touto. Essa basava la propria saldezza sui talenti e le virtù di ciascun cittadino. Che differenza con i figli della Lupa, già da allora attenti all’accaparramento della ricchezza, del potere per il potere! Pronti a tradire il proprio padre e uccidere il fratello pur di raggiungere gli scopi prefissi. Era un popolo (quello sannita) raffinato già in quella lontana epoca e preda di ogni genere di vizio e di corruzione. Ma Roma era una e i Safinos in tanti a decidere. Questo, alla lunga, fece la differenza. E poi Roma non aveva scrupoli nell’annientare altri pur di conquistare nuove terre e nuove ricchezze, armandosi per questo scopo. I nostri, invece, solo per vivere meglio e per difendere la propria gente e le terre. Non è forse vero, anche oggi, che la virtù di un console o di un generale romano è misurata dal numero di città che ha saputo distruggere o di popoli che ha annientato?” …….. ……….. …………

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[1] Nicola Mastronardi, Molisano di Agnone (IS), direttore della biblioteca storica. Laureato in Scienze politiche è cultore di materie storiche, giornalista pubblicista e, soprattutto, scrittore. Il suo romanzo storico “Viteliú. Il nome della libertà” è, oramai, un evento letterario riconosciuto da tutti.
[2] Il termine osco touto indicava l’organismo composito, ossia l’unità politica corporativa a base territoriale variabile che costituiva lo “Stato” dei Sanniti.
[3] Il Meddis tuticus era il più alto magistrato sannitico. Eletto annualmente, era il capo militare del Touto (lo “Stato” sannita), ne curava l’amministrazione della legge, delle finanze, della religione e presiedeva le assemblee collegiali che aveva il potere di convocare.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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