2. I rivali di Roma – Papio – Parte seconda

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Storia, guerre, passioni nei trecento anni di lotta dei Sanniti, i veri indistruttibili rivali di Roma –

 Storia romanzata di Paride Bonavolta [1]

(Nota di Enzo C. Delli Quadri) Quando molti anni orsono, Paride Bonavolta, mise mano a questo lavoro fu a lungo combattuto tra l’idea di “scrivere di storia” e quella diromanzare la storia per renderla più avvincente se vissuta da personaggi con la stessa interagenti. Scelse la seconda, anche perché, di storicamente definito, nonostante l’opera del canadese E.T. Salmon professore emerito alla Mc. Master University in Canada e di altri studiosi, c’è poco e quel poco rifà alla storia scritta dai romani, cioè dai vincitori. Cosicché, i Sanniti, dai loro scritti, non hanno ottenuto quella visibilità e giustizia che forse avrebbero meritato.

Attraverso la vita di 7 personaggi immaginari (Papio, Tauro, Mamerco, Brutolo, Murcus, Gavio, Herio), la storia dei Sanniti di Paride Bonavolta si dipana dal 354 a.C.(data del primo trattato dei sanniti con Roma) al 70 d.C. (morte dell’ultimo dei sette personaggi, quasi 20 anni dopo la Guerra Sociale). Ma, attraverso i ricordi del primo personaggio, Tauro, la storia riprende anche avvenimenti iniziati nel 440 a.C.

I sette personaggi della stessa famiglia, nell’arco di questo periodo, vivranno gli avvenimenti storici che contrapposero romani e sanniti nel contesto più generale degli avvenimenti della penisola italica interagendo quindi con personaggi famosi quali il re epirota Alessandro il Molosso, Pirro, Annibale ed infine Spartaco.

La vita del primo personaggio, Papio, interagisce con la conquista, da parte dei Sanniti, di Capua e Cuma, con Numerio, figlio di Capi (da cui Capua), con l’interesse di Roma di accaparrarsi la Campania, con la peste del 400 a.C..


In questa seconda puntata del capitolo,  Papio parte soldato, con Numerio figlio di Capi, alla conquista di Volturno (poi chiamata Capua in onore del comandante Capi)

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2. Papio – Parte seconda

Certo gli sarebbe piaciuto prendere parte ad una spedizione contro gli etruschi della ricchezza dei quali molto si favoleggiava. Era l’occasione che ogni guerriero attendeva per sperare in un ricco bottino ed importanti trofei. Ma a lui il bottino, doveva ammetterlo, non interessava in quanto in quella spedizione vedeva solo la tanto sperata opportunità di lasciare il suo villaggio, di affrontare nuove e sicuramente esaltanti esperienze e di dare concreto avvio al suo desiderio di abbracciare la vita militare. Il numero dei soldati richiesti al suo villaggio era però così esiguo che difficilmente, in presenza di più maturi e validi combattenti, si sarebbe pensato di includerlo nella spedizione. Di certo già nell’ambito della stessa sua famiglia gli sarebbe stato sicuramente preferito o il padre o uno dei fratelli più grandi. Questa obiettiva constatazione lo aveva depresso perché quell’ impresa la sentiva già sua per il solo fatto di essere il solo che per il momento ne fosse a conoscenza. . Eppure doveva trovare il modo di essere fra i prescelti!

A casa, continuando a pensare, era stato particolarmente gentile verso i genitori ed i fratelli vivendo nel terrore che la notizia portata dal messaggero potesse diventare ufficiale prima che avesse avuto modo di escogitare alcunché. Ma nulla sembrava per il momento trapelare e questo gli dava il respiro necessario per architettare qualcosa.

Prima che l’alba accennasse a sorgere, alzatosi mentre tutto il villaggio ancora dormiva, prese le sue lunghe aste da caccia era balzato in sella al cavallo con un piano che gli si era andato delineando nella lunga notte insonne.

Uscito con circospezione dal villaggio, così che nessuno potesse scorgerlo, si era lanciato al galoppo sfrenato verso la vallata ed il suo intricato sottobosco. Un’ora dopo di ritorno con un grosso cinghiale posto di traverso sulla groppa del cavallo si era diretto verso la casa del meddix.

Aveva atteso di sentire all’interno della casa dei rumori che gli dessero la certezza che l’anziano fosse sveglio e fattosi avanti aveva richiamato la sua attenzione.

Permettimi saggio anziano – l’aveva apostrofato – di offrirti questa preda per te e per il sacerdote che rappresenti. Questa notte ho avuto uno strano sogno. Il dio Marte, apparsomi in sogno, mi ha parlato di una prossima lunga marcia fuori dei confini della nostra terra e di una guerra contro un popolo dal nome famoso. Lo stesso dio mi ha detto che sarei stato fra i partecipanti se, per tuo tramite, avessi offerto un cinghiale per propiziare l’impresa. Non capisco cosa questo sogno possa significare ma per rispetto al dio ed al suo volere mi sono comunque affrettato a fare quanto mi ha ordinato. Ho pensato che nella tua saggezza avresti potuto spiegarmi il significato del sogno.

Aveva poi taciuto spiando di sottecchi l’espressione dell’ anziano per cercare di leggergli sul volto una reazione.

Hai detto – aveva mormorato l’anziano con voce flebile che solo le orecchie di una persona vigile fino allo spasimo potevano cogliere – che ti é apparso il dio Marte per parlarti di una spedizione in terre lontane? Spesso accade che gli dei si servano di un mortale per far conoscere al suo popolo i propri desideri. Può essere un segno… un segno che anticipi un destino.

Il vecchio aveva taciuto meditando a lungo e carezzandosi la barba con tanto interesse che Papio aveva temuto si fosse dimenticato di lui o peggio ancora che stesse per addormentarsi.

Il villaggio dormiva ancora ed ovunque regnava un grande silenzio rotto solo dall’abbaio di qualche cane in lontananza e dai rumori provenienti dai recinti dove il bestiame andava via via risvegliandosi con le prime luci dell’alba.

Aveva contato proprio su questo sapendo che il vecchio, per la sua ben nota abitudine di levarsi fra i primi sarebbe stato l’unico sveglio prima che anche nelle case dei più mattinieri i fuochi venissero accesi e la vita riprendesse .

Poi il vecchio aveva rotto il suo silenzio .

E’ sicuramente un segno molto chiaro quello che ti é stato inviato e dovrò tenerne debito conto. Non può certo essere una mera coincidenza che questo sogno ti sia stato inviato proprio questa notte . Nessuno in questo villaggio lo sa ma proprio ieri ho ricevuto un messaggero venuto da lontano con una notizia che può essere messa in relazione al tuo sogno. Il nostro popolo sta organizzando una spedizione contro una città etrusca e conseguentemente ci è stato chiesto di fornire un certo numero di soldati

L’anziano sacerdote forse colpito da un dubbio guardando Papio, questa volta con aria torva ed interrogativa, aveva esternata una sua perplessità.

Non é che, per caso hai incontrato un messaggero che ieri è venuto da me?

Visto chi, anziano? – aveva mentito rapido Papio, per nulla colto di sorpresa, atteggiando il viso alla più appariscente innocenza – io ieri non sono stato nel villaggio. Ero in montagna dove nessun messaggero sarebbe mai potuto passare per venire qui. Dovevo controllare dei recinti perché corre voce che è stato avvistato un branco di lupi e tu sai che mi si considera un buon cacciatore così come anche del resto anche molto abile nel maneggiare le armi .

Bene, bene- si era tranquillizzato il vecchio che comunque doveva aver pensato che se anche Papio avesse potuto incontrare il messaggero questi non avrebbe mai raccontato ad un ragazzo lo scopo di quel suo lungo viaggio.

Lasciami il tempo di pensare, nel frattempo offrirò al dio Marte questo tuo cinghiale che mi sembra essere esente da difetti e che capita proprio a proposito per ingraziarci il dio. Se ci sarà qualcosa da dirti stai pur certo che ti farò chiamare.

Ed era stato così che Papio – come aveva calcolato – si era trovato, con grande meraviglia ed invidia di veterani e coetanei, fra i prescelti per la imminente spedizione ed il giorno della partenza era stato il primo a presentarsi .

Degli etruschi, della loro storia e cultura, delle loro città ricche, ovunque nel Sannio si faceva un gran parlare così come del vasto territorio che per anni avevano controllato tanto al nord che al sud della penisola prima che Roma da una parte e le popolazioni greco italiote dall’altro ne arrestassero l’espansione dando in pari tempo avvio ad una loro fase di regresso. Se Roma aveva avuto ed ancora poteva avere come avversarie le dodecapoli etrusche del nord i sanniti da tempo guardavano, come possibile campo di espansione, alle superstiti città etrusche del sud che, in linea con la comune politica espansionistica etrusca, non controllavano l’interno del territorio limitandosi alla sola fascia costiera dove città e porti erano base per i commerci con altri popoli del Mediterraneo e conseguentemente fiorenti mercati per i popoli italici dell’interno. I sanniti oltre ad un interesse commerciale si sentivano legittimati alla conquista delle città etrusche anche in considerazione del fatto che, nonostante i circa centocinquanta anni di dominio etrusco, gli abitanti di quelle città non solo vantavano una non lontana origine dal loro stesso ceppo, ma si sentivano per molti versi più affini ai sanniti che non alle popolazioni greco- italiote che a loro volta, a più riprese, avevano tentata una espansione in loro danno anche ricorrendo all’aiuto delle città greche della Sicilia.

Il popolo sannita, così fiero delle proprie montagne e chiuso in un territorio nazionale non certo ideale per un’economia agricola, aveva inoltre sempre guardato con interesse ai grandi spazi aperti della Campania visti come un naturale quanto ricco granaio e come il naturale ed obbligato percorso delle transumanze che a seconda delle stagioni annualmente ne percorrevano nei due sensi i grandi tratturi. Non ultimo giocava il fatto che il Sannio, per quanto territorialmente esteso, non disponeva di un accesso al Tirreno.

Di Volturno, in particolare, anche se non meno importanti erano considerate le altre città federate quale Casilino, Calazia ed Atella, si favoleggiavano la ricchezza, i mercati e le botteghe stracolme di ogni ben di dio, i palazzi colmi di opere d’arte di valenti artisti. Chi l’aveva visitata ne decantava anche, e questo suscitava molto interesse fra i soldati, le raffinate taberne dove si diceva si potessero avere donne di ogni razza e colore allietando il tutto con una buona bevuta dei migliori vini locali che avevano resa famosa la città stessa tant’è che era diventato un luogo di dire comune e diffuso che i commensali di una mensa alla quale venisse servito vino di Volturno fossero sempre allegri e disponibili.

Si parlava del popolo etrusco, cosa che del resto si diceva anche per le città greche della penisola, come di un popolo che, anche per le relazioni con greci e cartaginesi, avendo raggiunta una grande civiltà proprio per questo, in tempi recenti, era entrato in una fase di decadenza ma non si dimenticava però che, per quanto in declino, in un non lontano passato aveva contato su buoni soldati e fornite richiestissime truppe mercenarie.

Tutto lasciava quindi ritenere che la spedizione avrebbe fruttato, forse con poche perdite, un bottino non solo abbondante ma anche di pregio che avrebbe ben figurato tanto come dono votivo nei templi sanniti, quanto nelle case dei fortunati soldati in procinto di partire.

Il contingente del quale faceva parte Papio una volta riunitosi a quelli forniti dai più vicini villaggi una volta tratti gli auspici, che avevano vaticinato il buon esito della spedizione, si era messo in marcia per ricongiungersi nei pressi di Bovianum a quelli provenienti da altri villaggi e tribù. In ogni villaggio del Sannio, anche in tempo di pace, ci si preparava alla guerra con cura scrupolosa. Di solito, in previsione della possibilità che si dovesse reclutare un maggior numero di effettivi, in ogni villaggio di una certa importanza, il magistrato locale o un facoltoso possidente, reclutando i propri concittadini in età militare, ed alle volte anche quelli dei vicini villaggi minori, costituivano una vereia ovvero un’unità combattente in grado di operare autonomamente o di confluire in unità di maggiori dimensioni o in un esercito nazionale. I componenti di una vereia normalmente provvedevano a proprie spese all’armamento personale salvo i meno abbienti che venivano, a seconda dei casi, armati ed equipaggiati a spese del villaggio o di chi l’aveva costituita e che conseguentemente ne diventava il comandante. Quando un esercito sannita si formava pareva di assistere ad una transumanza dove agli armenti si sostituivano uomini in armi. Da strade, tratturi, sentieri appena tracciati vereie più o meno numerose o gruppi di individui in armi sciamavano verso i punti di raccolta mentre man mano andava prendendo forma un esercito dove ognuno sarebbe confluito ben conoscendo ruolo, grado e compiti.

Durante le marce verso il punto di riunione, le vereie provvedevano ad integrarsi fra loro mentre i rispettivi comandanti, se del caso, completavano l’ addestramento dei più giovani o dei meno esperti mentre il comando supremo veniva assunto da un comandante di volta in volta designato dal Consiglio della Lega.

L’esercito sannita, non dissimilmente da quanto avveniva nei vari eserciti cittadini o nazionali degli altri popoli della penisola era prevalentemente costituito da unità di fanti visto che battaglie e guerre si risolvevano prevalentemente in scontri frontali delle fanterie, nei quali oltre al valore individuale contava l’omogeneità e la forza fisica della intera massa d’urto. I sanniti comunque avendo una forte tradizione come cavalieri disponevano, più di ogni altro esercito del tempo, di unità di cavalleria prevalentemente utilizzate per proteggere le ali dello schieramento o compiere rapide incursioni nelle file nemiche per scompaginarle o per inseguirle in caso di rotta.

Poiché la vereia del suo villaggio non prevedeva l’impiego di cavalieri Papio entusiasticamente quanto rapidamente si era integrato fra i fanti ben sapendo come fosse fondamentale che nello schieramento combattessero fianco a fianco persone tra loro affiatate visto che ognuno doveva proteggere con lo scudo tenuto nella mano sinistra il proprio vicino mentre con la destra doveva essere libero di maneggiare le armi a sua volta coperto dallo scudo del compagno di destra. Altrettanto rapidamente, per la sua natura istintivamente estroversa,   si era inserito nei più ampi reparti che via via si andavano formando con la gioia di ritrovare vecchi amici e con l’entusiasmo di stringere nuove amicizie.

Poiché la stagione era favorevole e l’esercito che si era andato componendo mostrava di aver già raggiunto un buon grado di affiatamento la marcia era proceduta speditamente. Papio si inoltrava per la prima volta fuori dei confini della Pentria e quindi era avido di tutto quanto di nuovo ci fosse da vedere .

L’occasione gli permetteva innanzi tutto di familiarizzare con il particolare sistema difensivo del territorio sannita che solo raramente vedeva coincidere i centri abitati con le strutture militari. Per la natura prevalentemente montuosa della regione, quel sistema era infatti strutturato per garantire un’interdizione attiva contro eventuali aggressori e si articolava su una serie di punti fortificati deputati a proteggere non i singoli e più importanti insediamenti ma, nel loro insieme, un esteso ambito territoriale. Conseguentemente, sfruttando la natura del territorio, realizzando opere di sbarramento ed un sistema di ponti mobili erano soprattutto presidiate le vie d’accesso lungo le quali erano stati realizzati, prevalentemente con compiti di avvistamento ed allarme, numerosi capisaldi che, in collegamento visivo fra loro, dovevano non solo ostacolare l’avanzata di eventuali truppe nemiche ma soprattutto frazionarle. La strategia difensiva sannita prevedeva infatti che quei capisaldi, una volta attaccati, potessero anche essere abbandonati per essere poi rioccupati, grazie a passaggi e percorsi noti ai soli sanniti, qualora il nemico non li avesse presidiati in forze. All’interno dei singoli compartimenti stagni nei quali era stato suddiviso il territorio il sistema difensivo, trascurando se del caso i centri abitati, era invece assicurato da oppida costruiti su posizioni dominanti che consentivano di controllare ampi settori di territorio o interi complessi montani. Oppida provvisti di più cerchi concentrici di mura costituite da grossi massi rozzamente squadrati che venivano all’occorrenza a costituire punti provvisori di difesa e rifugio per i civili ed il loro bestiame. Al di fuori di questo organizzato sistema difensivo, per l’eventualità che forze nemiche fossero riuscite a penetrare in profondità, ciascun villaggio, per una eventuale ultima difesa, veniva protetto da poco affidabili palizzate in legno.

Lasciando il Sannio aveva constatato un evidente cambiamento del paesaggio quasi che la natura e gli uomini si fossero dati dei confini naturalmente già esistenti. Non finivano di stupirlo l’ampiezza degli spazi e delle pianure perché venendo dai monti del suo paese non era preparato ai nuovi scenari che si aprivano procedendo verso il sud. Il grano in crescita e la fioritura dei frutteti davano al paesaggio una vastità ancor maggiore e colori così vividi da sembrare irreali. I primi villaggi attraversati, tutti abitati da genti di lingua osca, già prima del loro arrivo si affrettavano a mandare loro incontro delegazioni che, pur volendo mantenere un’aperta neutralità, secondo le rispettive disponibilità si mostravano pronte a fornire vettovaglie e supporto logistico. La disciplina nelle file sannite, che nel frattempo erano arrivate a contare diecimila uomini, era ferrea e Papio era stato spesso richiamato alla realtà da fermi ma affettuosi rimproveri quando era sembrato estraniarsi alle incombenze più pesanti quali preparare gli accampamenti, accudire i muli ed i cavalli delle salmerie, controllare con i fabbri la idoneità delle armi e provvedere alle varie attività artigianali alle quali ciascuno era tenuto a contribuire. Così come faceva nel suo villaggio per sottrarsi a tutte queste incombenze rutinarie aveva cominciato ad offrirsi volontario per qualunque compito che potesse esonerarlo dalle stesse assumendo quindi volentieri ogni compito di avanscoperta e di portaordini. Mentre procedevano in un territorio teoricamente ostile Papio ripensava a Saticula l’ultima città sannita che si erano lasciati alle spalle dopo aver attraversato il fiume Calore in nel vicinanza della confluenza col Volturno. Saticula, dove avevano fatto una sosta di tre giorni per permettere che alla loro spedizione si aggregassero lunghe colonne di muli ed asini con materiali di sussistenza, attrezzature logistiche ed alcuni medici, era stata la prima vera e propria città che visitava. Pur essendo l’ultima città di confine mancava di vere e proprie opere difensive risultando in questo non dissimile dalle altre città sannite dell’interno. Unica differenza era che la cinta difensiva realizzata nella parte alta dell’insediamento urbano era costituita da grossi massi appena sbozzati e non da palizzate di legno. La città più che una roccaforte di confine si era quindi rivelata un grosso centro di scambio verso il territorio campano e, come i suoi mercati, aveva un aspetto cosmopolita che sicuramente non avevano le città dell’interno. La babele di lingue che si intrecciavano suonava nuova ed affascinante alle sue orecchie tanto da fargli desiderare di potersi immedesimare nelle conversazioni che si intrecciavano intorno a lui. Fino a quel momento si era ritenuto soddisfatto della preparazione ricevuta, tutta rivolta alla preparazione di un futuro agricoltore e soldato, ma gli era bastato allontanarsi dalla sua terra per rendersi conto di quanto fosse inadeguata.

Era stato anche colpito dalle numerose ancorché piccole taberne dove si poteva consumare un pranzo, saporito oltre che cosmopolita, ben diverso da quelli abitualmente serviti sulle tavole del Sannio più interno anche se le tavole dei ricchi, in effetti, avrebbero potuto non farsi mancare nulla. Il buon vino della Campania era in vendita un po’ dovunque, anche al di fuori delle taberne, e Papio, pur non essendo un bevitore, aveva spesso indugiato in quelli che definiva eufemisticamente “assaggi”. Incredibile era poi nei mercati la varietà e quantità di prodotti in vendita per lo più costituiti da beni voluttuari o superflui come spezie fragranti,   unguenti o belletti o strane pozioni dai vivaci colori e dalle decantate virtù.

Nelle taberne, così come anche nelle affollate vie dei mercati si potevano anche trovare delle giovani e spesso piacenti donne che lenoni, per lo più greci, offrivano a buon mercato. Per quanto tentato aveva deciso di non sperimentare questi amori mercenari nei quali gran parte dei suoi commilitoni si erano invece allegramente lasciati coinvolgere.

Era stato proprio in una taberna, nota per il buon vino e l’avvenenza delle donne, che la terza ed ultima sera di sosta si era sentito rivolgere la parola da uno sconosciuto

Ehi ragazzo, sei forse quel Papio Pentro che ha il vizio di essere curioso?

Papio si era girato di scatto verso quella voce pronto a rispondere per le rime a chi gli aveva, in verità con voce assai amichevole, rivolta quella domanda che pur tuttavia, a suo avviso, conteneva un giudizio non positivo. A parlare era stato un giovane ufficiale, che dal pregio dell’ armatura e delle vesti si poteva definire di rango, che sedeva insieme ad altri soldati ad un tavolo vicino al suo.

Oggi non hai voce Papio o ti è passata ogni curiosità. Hai la memoria corta o cominci nonostante le tue vanterie a tremare dalla paura per quello che ci aspetta?

Quel viso a ben guardarlo gli era parso familiare così come la voce stessa dello sconosciuto. Poi avendo riconosciuto il suo interlocutore il suo volto si era illuminato.

Numerio figlio di Capi! – aveva esclamato – Come ti avevo predetto – aveva poi proseguito ostentando la sua soddisfazione- sono venuto a mostrarti il mio valore in guerra e come vedi il nostro fortuito incontro al villaggio per me é stato provvidenziale.

Nonostante che il loro primo incontro fosse stato di breve durata e si fossero scambiate poche parole si ritrovavano con la istintiva gioia di due vecchi amici. Alzatisi dai rispettivi tavoli si erano abbracciati con slancio dopo di che Numerio lo aveva guidato verso il gruppo dei compagni che nel frattempo li aveva osservati con crescente curiosità.

Sono ben felice di rivederti ragazzo – aveva ripreso Numerio- anche perché mi sono spesso chiesto come tu sia riuscito a farti rivelare da me un messaggio che le consegne mi imponevano di riferire solo ai meddix.
Io invece ti devo ancora ringraziare – aveva replicato Papio – per quella violazione della tua consegna perché se non l’avessi fatto io oggi non sarei qui ma a pascolare mandrie sulle montagne della Pentria.

Stimolato da Numerio, tra il divertimento generale dei presenti aveva raccontato, con una divertente mimica, lo stratagemma impiegato con l’anziano per poter essere incluso, nonostante la giovane età, fra i soldati del suo villaggio. Quando le risate che avevano accompagnato il suo esilarante racconto erano cessate aveva assillato Numerio con una sfilza di domande.

Parla con riguardo a Numerio– si era intromesso interrompendolo uno dei commensali – Suo padre é Capi, il comandante della nostra spedizione!
Zitto!- l’aveva interrotto Numerio- Io in questa spedizione sono, al pari di voi, nient’altro che un soldato ed il fatto che sia mio padre a guidarci non è cosa che riguardi nessuno di noi!

Era poi tornato a rivolgersi a Papio.

In quale unità sei inquadrato?
Tra i fanti della Pentria e tu?
Fra i cavalieri. Ti piacerebbe unirti a noi? Penso che un piccolo strappo alle regole potrò chiederlo visto che in un certo senso mi sento colpevole, o secondo il tuo punto di vista meritevole, della tua presenza fra noi.
Ne sarò ben lieto e stai tranquillo che non sono molti i cavalieri che possono rivaleggiare con me.

Inquadrato fra i cavalieri e diventato l’inseparabile compagno di Numerio era stato uno dei primi a varcare i confini sanniti.

Arrivati in vista di Volturno, che si era rivelata protetta da una poderosa cinta muraria, alle truppe sannite era stato impartito l’ordine di allestire un campo come se si intendesse rinunciare, almeno per il momento, al conseguimento dell’obiettivo. Questo ordine aveva suscitato non poche perplessità fra i soldati delusi ed impazienti ma, nonostante le numerose ipotesi formulate, nessuno era stato in grado di trovare per quell’ordine una credibile motivazione.

Ma porre uno stabile campo non aveva comportato, una volta ultimato il lavoro, di rimanere inattivi perché si erano portate avanti incursioni in territorio nemico tanto per rifornire il campo quanto per rendere evidente l’intenzione di portare avanti una campagna di conquista. Era stato Numerio a dare a Papio la spiegazione della apparente stasi delle operazioni.

Gli etruschi sanno che la loro città cadrebbe in nostra mano non appena decidessimo di conquistarla. Hanno problemi anche con i latini, con la numerosa popolazione osca e temono che le diverse città federate che fanno capo a Volturno siano pronte a rivendicare la propria autonomia. In città le due principali fazioni, quella osca e quella etrusca, stanno decidendo se sia più opportuno opporsi a noi affrontando un assedio o se convenga invece consegnarci la città purché si raggiunga un accordo che salvi oltre che la vita anche i beni e gli interessi della minoranza etrusca che oggi governa. Probabilmente finiranno per decidere di godersi in pace la bellezza e la ricchezza di questa terra baciata dal sole e dagli dei.

Ma allora – lo aveva interrotto Papio deluso- siamo venuti fin quaggiù per non combattere?
Siamo venuti per impadronirci della città e probabilmente ci riusciremo senza spargimento di sangue. Quale migliore risultato potremmo augurarci?
E’ vero– aveva replicato ostinato Papio- ma come soldati non c’é onore a vincere una guerra in questo modo.

Numerio aveva sorriso.

Non essere sanguinario amico mio. Nella tua vita di soldato, sempre che tu riesca a salvare quella tua pellaccia dura, ti potrà capitare di vedere tanto di quel sangue e tante di quelle atrocità da esserne turbato per tutta la vita tanto da farti maledire di essere un soldato.

Come Numerio aveva anticipato pochi giorni dopo Capi con una esigua scorta di cavalieri si era diretto verso la città per incontrare a metà strada un egual numero di cavalieri etruschi. L’incontro era stato di breve durata, segno evidente che un accordo era stato raggiunto.

Rientrato al campo Capi dopo aver fatto radunare i suoi uomini aveva dato l’annuncio dell’accordo raggiunto.

La città di Volturno ha deciso di aprirci le porte. Fra le condizioni da me poste ed accettate quella che ogni soldato riceva una ricompensa in vesti e denaro per il mancato bottino che certamente avrebbe avuto diritto di fare una volta conquistata la città.

A quella notizia si erano levate grida di esultanza e Capi aveva faticato non poco per placare l’entusiasmo dei suoi soldati.

Il grosso delle nostre truppe manterrà il campo fuori della città per tenersi pronto per muovere verso le successive mete stabilite per questa campagna. Avrete tutti la possibilità di godere di turni di riposo in città per assaggiare il buon vino campano e le belle donne che sono pronte ad accogliervi ma la nostra vigilanza e disciplina non devono essere minimamente allentate. Esigo, dico esigo, che ognuno di voi si comporti con onore quando sarà fra i volturani e che in ossequio all’ impegno solenne da me preso non venga arrecato il minimo danno a persone e cose. I vostri comandanti risponderanno a me personalmente di ogni mancanza che mi dovesse venir riportata. Ricordate inoltre che seppure siamo stati accolti da amici siamo pur sempre in terra nemica, evitate quindi eventuali provocazioni e tenetevi lontani dai guai. Ricordatevi insomma, di comportarvi da sanniti!

Capi, acclamato dai suoi, si era poi diretto con un gruppo di cavalieri verso la città.

Era seguito un lungo periodo durante il quale Volturno era stata praticamente e pacificamente gestita dalle due etnie che la occupavano e la disciplina dei soldati aveva impedito che si verificassero disordini di qualsivoglia genere.

Carovane sannite avevano cominciato ad entrare ed uscire dalle porte cittadine portando dentro o fuori le merci che si volevano commerciare e ben presto nella città si era naturalmente creato un quartiere a prevalenza sannita abitato da civili attirati in città dalle nuove prospettive commerciali o dagli affari connessi all’amministrazione cittadina e del territorio circostante.

Papio godendo di una grande libertà di movimento grazie alla assidua frequentazione con Numerio se ne era avvalso per conoscere la città e soprattutto gli usi della componente etrusca. Non gli era stato difficile rendersi conto del divario culturale che esisteva tra la sua gente e gli etruschi. In città tutto sembrava ispirarsi, anche nelle costruzioni e nell’arredo urbano, a criteri che fossero ad un tempo pratici quanto estetici. Aveva scoperto terme, biblioteche, ginnasi, spazi destinati alle arti ed alla musica ed aveva preso atto che anche l’ elemento indigeno di lingua osca, pur se insofferente alla soggezione etrusca, aveva assimilato gran parte della cultura e del modo di vivere degli etruschi. La ricchezza era ovunque tangibile e tanto più lo era nei palazzi e nelle case dei maggiorenti etruschi dove si potevano ammirare decorazioni e suppellettili di squisita fattura che erano la più tangibile prova delle relazioni commerciali che gli etruschi, avvalendosi anche delle loro navi, intrattenevano con le popolazioni greche e con i loro buoni amici cartaginesi.

Fra i tanti mercati che erano la prova tangibile delle relazioni commerciali degli abitanti di Volturno si era rivelato particolarmente interessante, in quanto a Papio sembrava effimero quanto nello stesso si vendeva, quello dei profumi che veniva ritenuto il più ricco del mondo. Da terre lontane in città affluivano olii, essenze rare e frutti esotici ed il tutto veniva poi lavorato nelle numerose distillerie cittadine. Sentire citare i nomi dei paesi di provenienza di quella miriade di prodotti era per Papio una sconcertante prova di quanto grande dovesse essere il mondo e di quanto poco sapesse di paesi e genti sconosciute e conseguentemente di quanto fosse ristretto il suo mondo.

Nella sua formazione familiare dove ognuno aveva un suo ruolo dedicato alla cura prioritaria della terra e del bestiame, considerati la primaria fonte di ricchezza e quindi di censo, nessuno mai avrebbe preso in considerazione dedicarsi alla musica o alle arti figurative ed ora gli appariva anche evidente che quando i suoi antenati, come del resto suo padre, tornando da spedizioni militari fuori dei confini sanniti, nei trofei che avevano riportato avevano semplicemente privilegiato la praticità. Cominciando a rendersi conto delle carenze delle sue conoscenze assillava Numerio come chiunque altro di domande e Numerio, che lo osservava divertito, spesso lo prendeva in giro scatenando il suo momentaneo risentimento.

Con il passare del tempo si erano cominciate a verificare sporadiche intolleranze fra le due etnie ma le stesse venivano represse da entrambe le parti. in maniera equanime e ferma . Papio, deluso da tanta tranquillità, cominciava a rassegnarsi a quello stato di cose così lontano dalla sua primitiva idea di essere parte di un esercito combattente. Ma il suo spirito di osservazione e talune indiscrezioni carpite qua e là, nonché le preziose informazioni, sempre di prima mano, di Numerio gli avevano data la certezza che gli equilibri si stessero incrinando. Fra i volturani era numericamente prevalente la componente osca e filosannita e si andava acuendo, a discapito della componente etrusca, un forte istinto di rivalsa per fare propri quei commerci e quelle attività dalle quali era stata estromessa e questo doveva apparire sempre più evidente anche agli etruschi .

La situazione doveva precipitare quando la comunità etrusca aveva indetto solenni festeggiamenti per celebrare la ricorrenza del suo primitivo arrivo nella città, festa questa, che per la ricchezza dei banchetti offerti alla intera cittadinanza e per gli splendidi giochi che senza risparmio di mezzi venivano allestiti, eclissava qualunque precedente festività locale.

Tieniti pronto Papio – lo aveva messo sull’avviso Numerio – quando sembrerà che la festa abbia raggiunto il culmine ci saranno delle   novità.

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[1] Paride Bonavolta, agnonese nella testa, nel sangue e nel cuore, da anni è tornato a vivere in Molise con tanta voglia di mettersi a disposizione per il bene del territorio.  Chiunque, interessato alle sue aspirazioni, può contattarlo tramite i seguenti contatti.
e-mail: paride.bonavolta@virgilio.it; cellulare: 335 6644839

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

 

 

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