17. I Safinos

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Estratto di un brano del Romanzo Viteliù di Nicola Mastronardi [1], con breve nota introduttiva di Enzo C. Delli Quadri

Altosannio, il luogo dove si sviluppano le vicende narrate in Viteliù. Aufidenia=Alfedena. Hereclanom=Schiavi d’Abruzzo. Pesco di Guardia=Pescopennataro. Trevento=Trivento. La Pietra che viene avanti=Petravenniende (Pietrabbondante). Sella dei Sacrati=Sella di Capracotta. M.Karakenos=Monte Saraceno. Santuario della Nazione=Teatro Italico di Pietrabbondante. M.Kaprum=Monte Capraro. Ver=Verrino. Città del Toro Sacro=nei pressi di Agnone. Le tre cittadelle=Le Civitelle
Altosannio, il luogo dove si sviluppano le vicende narrate in Viteliù. Aufidenia=Alfedena. Hereclanom=Schiavi d’Abruzzo. Pesco di Guardia=Pescopennataro.
Trevento=Trivento. La Pietra che viene avanti=Petravenniende (Pietrabbondante).
Sella dei Sacrati=Sella di Capracotta. M.Karakenos=Monte Saraceno.
Santuario della Nazione=Teatro Italico di Pietrabbondante. M.Kaprum=Monte Capraro.
Ver=Verrino. Città del Toro Sacro=nei pressi di Agnone. Le tre cittadelle=Le Civitelle

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La Guerra Italica, combattuta da SannitiMarsi, Peligni, Marrucini, Vestini, Piceni  contro Roma dal 91 all’88 a. C. per l’ottenimento della cittadinanza romana, è oramai finita da 16 anni. Siamo, quindi, nel 72 a. C. e gli Italici da tempo hanno ottenuto gli stessi diritti dei Romani.

Il dittatore romano Lucio Cornelio Silla, non accettando l’immissione degli Italici nel mondo romano quali “Cives Optimo Iure”, tenta di sterminare la “Touto” [2] dei Sanniti Pentri. Più in particolare, Lucio Cornelio Silla ha in odio Gavio Papio Mutilo, Meddis [3] supremo dei Sanniti Pentri, l’Embratur dei Vitelios, in altre parole il Comandante in capo dell’Esercito Italico durante la Guerra Italica.

Lucio Cornelio Silla riesce a catturare Gavio Papio Mutilo, da tempo cieco, 9 anni dopo la fine della Guerra Italica. Non lo fa uccidere ma lo condanna, per umiliarlo, ad ascoltare i racconti delle vittorie dei Romani sul Popolo Sannita. Silla è convinto di poterlo domare e distruggerlo psicologicamente.

Ma Gavio Papio Mutilo resiste alle umiliazioni, assiste al disfacimento fisico di Silla che muore nel 79 a. C. e, 6 anni dopo la sua morte, decide di fuggire da Roma per tornare, orgogliosamente, nella sua terra sannita. Prima, però, recupera un ragazzo”…. suo nipote sedicenne (Marzio) che, in fasce, era stato salvato durante un feroce assalto dei Romani…………

Nicola Mastronardi, nel suo meraviglioso romanzo storico, Viteliù – Il nome della Libertà, così racconta il momento in cui Eumaco, parlando con Marzio, illustra le gesta dei Safinos (Sanniti) contro Roma

La Battaglia delle Forche Caudine (321 a.C.), dove i Sanniti si imposero duramente sui Romani, in un dipinto romano
La Battaglia delle Forche Caudine (321 a.C.), dove i Sanniti si imposero duramente sui Romani, in un dipinto romano

Da Viteliù – Il nome della Libertà

Eumaco [4] uscì e raggiunse Marzio. Questi, seduto su un masso, ac- carezzava uno dei cani bianchi che di rimando gli leccava la mano.

“Come si può paragonare Roma ai montanari selvaggi del Sannio?” disse il ragazzo senza guardarlo.

Non erano solo montanari e non erano selvaggi. Chi ti ha detto questo ti ha mentito”.

“Può mentire un istitutore? Possono mentire gli insegnanti, i generali e gli annalisti? Roma è la più grande città del mondo. Una potenza invincibile! È una menzogna questa o è la realtà? Cos’è il Sannio oggi… dov’è questa grande nazione? L’ha forse inghiottita la terra? Dove sono le città e i fori? Roma possiede il dono della civiltà e l’ha fatta conoscere agli altri popoli d’Italia e d’Africa e d’Oriente. Questa è l’unica verità che conosco!”

“Impara a guardare al di là del tuo mondo e oltre il tuo tem- po. Ciò che esiste oggi viene da un passato che può anche sor- prenderti, ma che non per questo è stato meno reale”.

Questa volta Eumaco aveva parlato in un latino fluente, vicino alla perfezione. Il ragazzo ne fu sorpreso e lo guardò con curiosità.

“Ma tu chi sei veramente? Perché mi hai detto quelle cose, oggi? Cosa hanno i miei occhi?”

“Io sono Gavio Eumaco Vibio, come ti ho detto. Comandante della guardia personale di Quinto Poppedio Silone, M’rrone dei Marsi. Duce supremo, insieme a Papio Mutilo, della guerra dei Vitelios contro Roma…”

Esitò prima di continuare.

“… l’altro tuo… tuo…” Si impose, a fatica, di non terminare. Alla fine decise che era presto per quella rivelazione.

“Mio cosa? Cosa mi nascondi Eumaco?” Si era alzato ed era ora davanti al suo viso.

L’uomo non rispose. Per un solo istante lo fissò con i suoi occhi nerissimi, per poi distogliere lo sguardo.

“Anzi no! Lascia stare” riprese il ragazzo, “non voglio sapere nulla, non dirmi nulla. Basta, oggi è stato un giorno fin troppo lungo e agitato, basta!”

Si alzò e diede un calcio a un sasso che volò lontano. Il mastino bianco, impaurito, si allontanò guaendo.

“Non ho nessuna intenzione di conoscere altri pezzi del passato che mi riguardano. Anzi, che non mi riguardano affatto. Non voglio sapere nulla di più. Andrò in questo Sannio maledetto dagli dèi, lascio il vecchio dove lui vorrà e torno a casa. E per me questa storia finisce così!”

Eumaco sorrise. Riprese a parlare nella lingua dei Romani.

“I Safinos furono davvero un grande popolo, formato da molte comunità. Erano centinaia di toutas, tra loro federate e sorelle. Ogni valle, ogni comunità, era amministrata dal consiglio degli anziani, che provvedeva ogni anno a eleggere il proprio Meddíss; l’assemblea di costoro eleggeva il Meddíss supremo della touto. Abitavano un territorio vastissimo. E avevano anche città e fori, anche se diversi da quelli che tu conosci. È tutto vero ciò che diceva quello sbandato. Quando la imberbe repubblica romana si andava affacciando appena oltre i territori delle tribù latine, la federazione delle toutas che si riconoscevano nelle comuni origini safine era padrona di quella che oggi si chiama Italia, grazie a loro: genti consanguinee, figlie le une delle altre, abitavano dalla terra dei Piceni fino alla Daunia, conquistarono a spese degli etruschi Capua e Nola, Pompei e persino Neapolis. Avevano colonizzato territori fino ai confini di Taranto, la grande città ellena.

La loro era la lingua più parlata, da un mare all’altro e dall’Etruria alla terra dei Sicani. La ricerca di pascoli e nuove terre li aveva spinti tanto lontano dalle terre che avevano dato loro origine”.

“Se fosse vero” interruppe Marzio “questo fa più grande Roma che li ha sconfitti”.

Eumaco continuò come se non avesse sentito.

“Costruirono una realtà di genti confederate, uguali fra loro e in pace. Senza nessun popolo che dominasse l’altro popolo. Vivere in libertà, far crescere i figli con onore, educarli alle virtù e al coraggio, venerare gli dèi. Un uomo sannita viveva per queste cose. E poi… allevare gli animali per accrescerne il nu- mero e rendere prosperosa la touto per tutti i suoi componenti, onorare la moglie e meritarsela per tutta la vita… L’orgoglio smisurato… Tutto ciò fece di loro una nazione grande, ragazzo, come non puoi immaginare. Non conoscevano la sete di dominio su altre genti. Ma erano soldati impareggiabili e terribili quando si trattava di difendere la loro terra. Allora, solo allora, i M’rruni, anzi, i Meddíss, come li chiamavano nella loro lingua, eleggevano il capo supremo: Embratur di tutti i Safinos, si chiamava così, e in guerra tutti dovevano a lui obbedienza cieca, per la salvezza della patria”.

Una pausa, questa volta, a studiare le reazioni di Marzio.

“Il valore di un guerriero sannita, e innanzi a tutti, il valore e la forza dei Pentri, non è una leggenda, sappilo, nipote di Gavio Papio Mutilo. Gente capace di combattere fino alla fine, incapace di arrendersi anche quando la sconfitta era certa. La fuga non rientrava nel loro codice di vita. Hai sangue guerriero nelle vene e di quello migliore mai apparso sulla terra! Non immagini neanche…”

“Dovrei esserne orgoglioso” il giovane accennò a un mezzo sorriso, “almeno per metà”.

“Già, per metà…” ripeté Eumaco, e riprese.

“Solo i loro cugini Marsi, miei antenati, potevano tener testa ai Safinos per valore, coraggio e capacità militari. Così raccontavano i nostri nonni per averlo appreso dai loro nonni. Da tempo immemorabile, indietro nelle generazioni”.

“Roba passata, lontana, cose che non mi riguardano” tagliò corto il giovane. Si era fatto silenzio, d’intorno, nella notte appena scesa. Anche la luna pareva ferma ad ascoltare quel dia- logo. Il pastore guerriero si era seduto di fronte a Marzio che però continuava a non guardarlo in faccia. Ma parlò.

“Il mio popolo è il più forte della terra…” Non riuscì a finire la frase.

“Quello che dici essere il tuo popolo ha costruito la sua grandezza sul sangue degli altri e sul tuo stesso sangue!” Questa volta fu il Luparo ad alzare la voce, ma proprio in quel momento Papio si affacciò dall’ingresso del rifugio di pietra.

“Non così, Eumaco, non con la rabbia. Domani, e poi il giorno dopo e dopo ancora. Ci sarà tempo perché il ragazzo conosca la verità”.

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[1] Nicola Mastronardi, Molisano di Agnone (IS), direttore della biblioteca storica. Laureato in Scienze politiche è cultore di materie storiche, giornalista pubblicista e, soprattutto, scrittore. Il suo romanzo storico “Viteliú. Il nome della libertà” è, oramai, un evento letterario riconosciuto da tutti.
[2] Il termine osco touto indicava l’organismo composito, ossia l’unità politica corporativa a base territoriale variabile che costituiva lo “Stato” dei Sanniti.
[3] Il Meddis tuticus era il più alto magistrato sannitico. Eletto annualmente, era il capo militare del Touto (lo “Stato” sannita), ne curava l’amministrazione della legge, delle finanze, della religione e presiedeva le assemblee collegiali che aveva il potere di convocare.
[4] Comandante della guardia personale di Quinto Poppedio Silone, M’rrone dei Marsi. Duce supremo, insieme a Papio Mutilo, della guerra dei Vitelios contro Roma…”

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Musica: Pëtr Il’ič Tchajkovskij– Giulietta e Romeo – A time for us)
Editing:
Enzo C. Delli Quadri

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