Coi binari fra le nuvole… Verso Campo di Giove

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Cronache dalla Transiberiana d’Italia, Tratte da libro COI  BINARI  FRA  LE  NUVOLE[1] di Riccardo Finelliedito dalla Neo Edizioni[2] di Castel di Sangro (AQ). (Le foto sono state selezionate e aggiunte da Enzo C. Delli Quadri)

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Cansano

Ha un fascino particolare la stazione di Cansano. Forse perché rispetto al paese, più a valle di un paio di chilometri, è una specie di campo base, un avamposto verso i pascoli e le cime del Monte Rotella. Stranamente, c’è qualcuno in stazione. Un paio di operai stanno facendo alcuni lavori nel fabbricato passeggeri, da qualche anno acquistato dal Parco della Maiella e adibito a foresteria per gruppi di ragazzi. L’intervento ha fatto sì che la stazione risulti nel complesso meno cadente di tante altre sulla linea. È stato anche ricavato un bel parchetto, con erba verde intenso tagliata di fresco e alcune panchine. Che ovviamente testiamo immediatamente. Ci ritroviamo a piedi nudi e naso all’insù a misurare con lo sguardo la distanza che potrebbe separarci dalla meta di oggi: Campo di Giove, le cui case fanno capolino dietro la cresta di un rilievo, oltre la faggeta che chiude la stazione. Sembrano così vicine da toccarle. 

«Dai che è fatta» scatta in piedi Stefano, «facciamoci quest’ultimo strappo». 

Emanuele con il progressivo chilometrico alla mano, smorza però gli entusiasmi. «Guardate qua però: adesso siamo al chilometro venticinque, ma Campo di Giove sta a trentuno: mancano altri sei chilometri». Tradotto: almeno due ore di marcia. A questa notizia, la ricreazione finisce in due e due quattro. Insacchiamo i piedi a zampogna nelle scarpe, rimettiamo gli zaini e riprendiamo la marcia con passo rassegnato.

Fedele al suo approccio “plastico” alla montagna, superata la stazione, la ferrovia devia dalla linea tutto sommato abbastanza retta tenuta nei chilometri precedenti Cansano e va ad infilarsi in una valle di alpeggi, aggirando la base della piccola cordigliera che circonda la piana di Campo di Giove.

Valle di alpeggi

L’arrivo di tappa dobbiamo sudarcelo ancora. Come se lo dovevano sudare ancora le locomotive, visto che la pendenza del tracciato non accenna a diminuire. Anche su questo tratto, sempre pressione a dodici, vale a dire fuoco-pressione-acqua senza un attimo di sosta. E tra l’altro, da qui in avanti, superata la soglia psicologica e pluviometrica dei mille metri, in inverno, iniziavano i problemi seri con la neve. La neve feroce  e capricciosa dell’Appennino, capace di scendere a metri per giorni e giorni per poi sciogliersi in poche ore, spazzata via dallo Scirocco. La neve bagnata,pesante come piombo, spremuta giù dal corpo a corpo delle perturbazioni di due mari, che dall’alba dei tempi si prendono a cornate proprio sopra la testa degli abruzzesi. 

Sulle curve che oggi si distendono lente sotto i nostri piedi, la pressione del vapore sempre al limite, serviva spesso anche per “sfondare” i muri di neve che il vento accumulava. Roba da tre, quattro metri, capaci di vaporizzarsi contro il rostro, il vomere anteriore della macchina, e avvolgere la nicchia di guida della locomotiva fino a riempirla come una pallina di vetro da capovolgere. E questo quando andava bene.  

«L’imbocco e l’uscita delle gallerie erano punti in cui era facilissimo trovare accumuli»aveva detto Peppe. «Si cercava di tirare al massimo, per arrivare a forte velocità nel punto d’accumulo e sfondare il muro. Una volta, all’imbocco della galleria Dirupo, la più lunga fra Cansano e Campo di Giove, non ce la facemmo. Iniziammo a sfondare, ma ad un certo punto la neve ebbe la meglio e ci fermammo a un passo dall’ingresso al tunnel. Dovettero venire a recuperarci nella notte da Sulmona». 

Storie consuete sulla ferrovia che batte lo stesso tempo della natura e che alle sueleggi deve sottostare. Oggi quella galleria, a cui arriviamo poco dopo, non ha nulla che ricordi certe asprezze invernali. Anzi, a guardarsi attorno pare di essere al centro del quadro di un paesaggista ottocentesco. La luce del crepuscolo che si avvicina, distende le ombre e accende, per un’ultima fiammata, i colori pennellando sulle cose una patina di nitidezza innaturale. E anche poco dopo, quando ci infiliamo nella trincea artificiale che precede di poco la stazione di Campo di Giove, non c’è niente che faccia pensare a questo tratto come uno dei più problematici di tutti il tracciato. Invece, anche qui, il Generale Inverno tendeva micidiali agguati al trenino. Sempre con la neve, che quando veniva spazzata via con il rostro, durante interminabili notti di lavoro, si accumulava contro i muri di sostegno della trincea in quantità talmente enorme da arrivare a stritolare la motrice in un abbraccio bianco capace di bloccarla. 

Il problema si risolse solo una trentina d’anni fa con l’arrivo delle prime turbine, motrici in grado di aspirare la neve e spararla, con un getto verticale, lontano metri e metri. Fino a quel momento, nella sfida per avere ragione della neve conficcata a cuneo in quel budello, valeva tutto. Ad esempio due locomotive a vapore 940 attaccate culo a culo che avanzavano ondeggiando a barchetta per prendere più rincorsa ad ogni spinta. Ma c’era anche la spalatura manuale, spesso usata anche per prevenire, vale a dire per staccare dalle pareti delle trincee gli strati di neve mano a mano che si accumulavano, durante il giorno e durante la notte. 

Un lavoro duro, per il quale però le braccia non mancavano mai: appena cominciava a nevicare, si presentavano a decine in stazione a Campo di Giove. Uomini di poche parole, con la pala in mano, pronti a una giornata di lavoro. Lavoro che da queste parti non è mai fioccato, tanto per stare in tema. Così, anche qualche metro di neve poteva farsi volano di un PIL minutissimo e raffazzonato. E dire che Campo di Giove, certamente la migliore porta d’ingresso alla Maiella, la sua grande occasione l’ha avuta. Una bella époque di seconde case per la piccola borghesia romana e napoletana che, a cavallo fra anni Settanta e Ottanta, ha consumato una discreta fetta di pascoli con la speculazione edilizia, ma che almeno portava gente.

Verso Campo di Giove

Da diversi anni ormai, il meccanismo s’è però inceppato e le case perlopiù rimangono vuote, anche “in stagione”. Così come ha chiuso la stragrande maggioranza degli alberghi. Il nostro passaggio in trincea, ad esempio, è sorvegliato dallo scheletro cadente dello Scoiattolo Nero, un albergone gigantesco, con piscina e campi da tennis, costruito sbancando le pinete artificiali che i ferrovieri cent’anni prima avevano piantato a protezione dei binari dalle bufere di neve. Un paio di decenni di gloria, poi l’oblio. E adesso sul colle da cui i bambini correvano a tirar pigne ai treni che passavano giù in basso nella trincea, fra i rami spunta una specie di relitto marino. Nelle cui budella giacciono brandelli d’arredo spolpati, spazzati da intemperie che urlano senza freni da vetri spaccati, porte sfondate e trombe di scale senza fine.

L’ultimo chilometro, quello che dovrebbe portarci al trentunesimo della stazione, ha un che di commovente agonismo, come in una maratona olimpica. Ormai ogni singolo sassetto si fa lama contro una suola che sembra solo un filtro di carta velina fra roccia e pelle. Siamo esausti.

Campo di Giove e La Majella

Alla stazione di Campo di Giove, una delle poche sulla linea dotate di doppio binario funzionante per l’incrocio dei treni, abbiamo ancora la beffa di due semafori accesi. Rossi questa volta. Totem a un dio inesistente, impassibili nella loroinutilità. Sembrano annunciare da un istante all’altro il fischio di un treno in arrivo. Invece, l’unica cosa che si sente sono le sferzate di vento gelido che scendono dalla cresta innevata della Maiella. 

Prima di distendere i muscoli sul letto, c’è il tempo per una gara di genziane a casa di amici con Liborio d’Amore, per trent’anni macchinista sulla linea e per venti sindaco o vicesindaco di Campo di Giove. In fila sul tavolo, troviamo tre bottiglie del distillato che odora dell’amaro dei prati di Pian dell’Orso, in tutta la zona liquore nazionale. Ognuna confezionata da una mano diversa secondo alchimie da tinello più segrete della ricetta Coca-Cola, checonferiscono ad ogni confezione sfumature di sapore e colore diversi. La  stanchezza e i fumi dell’alcool hanno il sopravvento prima di aver decretato la bottiglia vincitrice. Viene davvero il momento di andare a nanna. 

Liborio domani vuole assolutamente essere dei nostri. 


[1] 320.000. Tante sono state le traversine che abbiamo calpestato durante il tragitto (per un totale di 120 km percorsi con 10 ore di camminata al giorno). Le ho contate con una buona approssimazione. Traversine di legno o, peggio, di cemento. Spesso, spessissimo, annegate in mezzo a sassi spigolosi da massicciata, distribuiti irregolarmente. Un massacro per i piedi, che si è aggiunto alla fatica muscolare e zuccherina della marcia………..
… … … leggendo le pagine che seguono mi sono reso conto che questo libro di fatica è pesantemente intriso. È stata la fatica da trekker della rotaia a cubare pensieri, tagliare parole e incastrare frasi a colpi di martello e flessibile. Una compagna di viaggio dunque che, sempre paradossalmente, si è rivelata musa per narrare di altre fatiche ben più pesanti delle nostre. Quelle degli uomini e delle donne che la Sulmona-Carpinone l’hanno costruita e fatta vivere con il proprio lavoro. (
Stefano Cipriani)

[2] I edizione: luglio 2012 – Neo Edizioni Via Volturno, 2 – 67031 – Castel di Sangro (AQ) – info@neoedizioni.it – ww.neoedizioni.it 


Editing e video: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine 

1 COMMENTO

  1. PASSA il TEMPO
    “Passano” i treni, “passano” gli alberghi, cioè diventano obsoleti e un vortice di scale inutili, ma finché ci saranno VIAGGIATORI o meglio escursionisti appassionati e amanti della natura, la nostra Maiella mostrerà la sua forza e la sua bellezza e con la neve che ancora la rende d’estate provvida d’acqua per tutto il territorio. Soprattutto finché ci saranno persone che CAMMINANO ANCHE coi piedi in scarpe ridotte ad una velina, MA raccontano poi il loro viaggio con grande maestria nella Penna; e quindi dopo aver gustato un goccio di GENZIANA aromatica e squisita vanno a letto continuando il viaggio nel sogno… anche noi lettori potremo gustare un così bel RACCONTO.

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